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A partire dal terzo decennio del XVI secolo, nei grandi centri italiani e soprattutto nella Roma di papa Clemente VII, si sviluppò una complessa fase artistico-letteraria definita Manierismo. Fu difatti nell’atmosfera colta, tollerante e raffinata della corte del nuovo papa Medici che i giovani allievi di Raffaello (Giulio Romano, Polidoro da Caravaggio e Perin del Vaga) trovarono, come ha scritto lo storico dell’arte Antonio Pinelli, «un comune terreno d’intesa nell’aspirazione a una suprema ricercatezza stilistica e nel gusto per la citazione archeologica, il concettismo letterario e l’eleganza decorativa».

MANIERISMO

  • Il virtuosismo è la bravura eccezionale di rifare le opere per esercitarsi ad allenare la mano e una cosa che li caratterizza è saper disegnare facilmente.
  • La contraddizione della regola aveva alla base l’armonia e la prospettiva. Per esempio, gli spazi grandi si contrapponevano a figure piccole, scene: affollate, vuote, asimmetria. I colori sono contrastanti: lividi, aspri, chiaroscurati, poco sfumati.

Caratteristiche

Il Rinascimento fu infatti caratterizzato dalla centralità di un uomo e dal dominio del rigore scientifico, che nell’arte si tradusse nella rappresentazione prospettica e nella ricerca di naturalismo. Il Cinquecento fu invece costellato da avvenimenti storici che influirono sul pensiero e sulla cultura, modificando inevitabilmente l’atteggiamento nei confronti delle arti. Tra i fatti principali vi furono certamente le grandi epidemie di peste, il sacco di Roma del 1527, e la Controriforma, culminata nel Concilio di Trento (1545-1563), al fine di contrastare il Protestantesimo promulgato da Martin Lutero. Tali accadimenti misero in discussione l’infallibilità della scienza umana e riscoprirono una nuova religiosità. Questi cambiamenti non poterono che riflettersi anche sull’arte. Le figure umane nei dipinti non sono più naturalisticamente rappresentate ma le anatomie si allungano, come nel caso della celebre Madonna dal collo lungo di Parmigianino, dove la Vergine ma soprattutto il Bambino hanno i corpi irrealisticamente allungati. Anche il rapporto tra uomo e architettura si è completamente modificato. I resti dell’antichità classica non sono più dei punti di riferimento ideali, ma incombono sull’uomo quasi come un monito e spesso sono raffigurate con una distorsione prospettica. Anche le linee di composizione delle scene si modificano. La simmetria e la modularità lasciano infatti posto a scene più caotiche, nelle quali i corpi assumono posizioni contorte e non naturali.

NUOVO PENSIERO

Le principali capitali dell’arte manierista in Italia furono senza dubbio furono Firenze e Roma, seguiti poi dalla città di Mantova. il XVI secolo romano è scandito da un periodo prima e uno dopo il 1527, anno del Sacco di Roma a opera dei Lanzichenecchi guidato dall’imperatore asburgico Carlo V. Sette anni prima dell’invasione straniera muore Raffaello Sanzio che, nonostante la giovanissima età, cambia completamente il volto artistico della capitale. Dopo il 1527, dunque, una vera e propria diaspora interessa Roma: i grandi artisti che avevano, all’inizio del secolo, popolato ed adornato la città fuggono, andando ad arricchire le maestranze dei paesi vicini, come Firenze. Tra i maggiori esponenti della scena romana che abbandonano la capitale ci fu il Parmigianino, riconosciuto da molti come l’erede di Raffaello. Nativo di Parma, a Roma il Parmigianino studia le opere del Maestro, a cui si ispira per i suoi primi lavori nella città eterna. Scappato dalla furia dei Lanzichenecchi, il Parmigianino decide di recarsi prima a Bologna, per poi fare ritorno nella natale Parma. Nelle cittadine emiliano-romagnole l’artista mette a punto il proprio stile: negli anni ’30 del ‘500 il Parmigianino realizza la Madonna dal collo lungo che, con le sue linee sinuose ed aristocratiche, rappresenta una delle icone del Manierismo. Altro artista ad aver partecipato alla fuga da Roma è Rosso Fiorentino: egli lavora dal 1523 fino al Sacco nella capitale romana con alterni successi. All’arrivo delle truppe di Carlo V, viene catturato e costretto ai lavori forzati, prima di trovare rifugio a Perugia. Roma tornerà ad essere un importante centro artistico nel panorama italiano dal 1534, con il ritorno di Michelangelo alla corte di papa Paolo II. Centro indiscusso del manierismo italiano, Firenze gode come tutto il centro Italia, della diaspora degli artisti dalla capitale dopo il sacco di Roma. Un autore che non si muove quasi mai da Firenze, tuttavia, fu Jacopo Pontormo. Nato nel 1494 a Pontorme, piccolo paesino nel comune di Empoli, il giovane Jacopo si forma a Firenze, tra le più importanti botteghe del tempo. Vasari lo ricorda come un artista tormentato, che trascorse la sua vita in modo solitario in un’insolita abitazione fiorentina.

Luoghi e artisti principali

Già in giovanissima età, il Pontormo inizia a definire il suo stile pittorico e a introdurre gli stilemi caratteristici del manierismo: a soli 24 anni dipinge la Pala Pucci, opera nella quale si nota già come le figure si aggroviglino vertiginosamente in uno spazio che si ramifica sempre meno in profondità e sempre più verticalmente. Il clima insolito e inquieto, unito all’eleganza quasi artificiosa delle forme trova la completa maturità negli anni ’20 del XVI secolo, anni in cui il Pontormo realizza i suoi capolavori. Primo fra tutti è sicuramente il Trasporto di Cristo, detta anche Deposizione: realizzata tra il 1525 ed il 1528, l’opera è conservata nella Cappella Capponi, all’interno della Chiesa di Santa Felicita di Firenze e viene considerato dai critici come uno dei più grandi capolavori della storia dell’arte.