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Storia della conquista islamica della Sicilia

Cenni storici sulla conquista Islamica della Sicilia tra 827 al 902, anche se l'ultima città bizantina del thema di Sikelia a cadere fu il 5 maggio 965 Rometta che aveva continuato a resistere da sola.

Primi attacchi musulmani alla Sicilia (652-826)[modifica | modifica wikitesto]L'opera di conquista musulmana della Sicilia e di parti dell'Italia meridionale durò 75 anni. I primi attacchi navali musulmani diretti in Sicilia, regione dell'Impero romano d'Oriente, si verificarono nel 652: queste incursioni furono organizzate all'epoca in cui il futuro califfo omayyade Muʿāwiya b. Abī Sufyān era wālī (governatore) della Siria, da poco conquistata all'Impero bizantino, e furono condotte da Muʿāwiya b. Ḥudayj della tribù dei Kinda. Le razzie durarono alcuni anni; l'esarca di Ravenna Olimpio organizzò una spedizione per frenare le razzie, ma non riuscì a impedire che gli Arabi portassero via con sé un ricco bottino. Una seconda spedizione si verificò nel 669. La spedizione era composta da 200 navi da Alessandria d'Egitto. Venne saccheggiata per un mese Siracusa, capitale dell'isola, e il territorio circostante. Completata nel VII secolo la conquista da parte degli Omayyadi dell'Ifrīqiya, gli attacchi alla Sicilia a scopo di saccheggio si fecero costanti: ne avvennero nel 703, 728, 729, 730, 731; nel 733 e 734 la reazione militare bizantina fu notevole. La prima vera spedizione per la conquista dell'isola fu lanciata nel 740: il principe musulmano Habib, che aveva partecipato all'occupazione del 728 di Siracusa, iniziò l'impresa ma fu costretto a rinunciarvi per la necessità di sedare una rivolta berbera in Tunisia. Un nuovo attacco fu portato a Siracusa nel 752. Nell'805, il patrizio imperiale di Sicilia Costantino firmò una tregua di dieci anni con Ibrāhīm b. al-Aghlab, emiro d'Ifrīqiya (nome che gli invasori arabi dettero alla romana Provincia Africa), ma questo non fu un impedimento per i corsari provenienti dall'Africa e della Spagna musulmana ad attaccare ripetutamente tra l'806 e l'821 la Sardegna e la Corsica. Nell'812 il figlio di Ibrāhīm, ʿAbd Allāh I b. Ibrāhīm, ordinò un'invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall'intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, essi riuscirono a conquistare l'isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia. Un ulteriore accordo tra il nuovo patrizio Gregorio e l'Emiro stabilì la libertà di commercio tra l'Italia meridionale e l'Ifrīqiya. Dopo un ulteriore attacco di Muḥammad b. ʿAbd Allāh, cugino dell'emiro Ziyādat Allāh nell'819, sulle fonti non sono citati attacchi musulmani verso la Sicilia fino all'827.

L'invasione ebbe inizio il 17 giugno dell'827 e lo stuolo composto da arabi, berberi e persiani fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Secondo la successiva cronaca araba di Shihāb al-Dīn Aḥmad ibn 'Abd al-Wahhāb al-Nuwayrī, adattata al fine di mostrare un originale intento conquistatore: «Sommò lo esercito a settecento cavalli e diecimila fanti; il navilio a settanta o secondo altri cento barche» (M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, 2 voll., Firenze, Le Monnier, 1854-1872 (rist. 2002), I, p. 279 e nota 447) Lo sbarco avvenne il giorno seguente nei pressi di Capo Granitola, occupando la vicina Mazara del Vallo (che diverrà emirato), e quindi Lilibeum (poi Marsala, in arabo Marsa ʿAlī, "il porto di ʿAlī" o Marsa Allāh, ossia il "porto di Dio") ed entrambi i centri furono fortificati e usati come testa di ponte e base di attracco per le navi. La spedizione che voleva con ogni probabilità (al di là del leggendario racconto cristiano) effettuare una razzia in profondità dell'isola, non s'illuse di poter superare le formidabili difese di Siracusa, la capitale bizantina dell'isola, ma la sostanziale debolezza bizantina, da poco uscita da un duro conflitto contro l'usurpatore Tommaso lo Slavo, fece prospettare ad Asad la concreta possibilità che l'iniziale intento strategico potesse essere facilmente mutato in una spedizione di vera e propria conquista. Superato in uno scontro dall'indeterminata ampiezza un non meglio identificato Balatas (Curopalate?), messo in fuga presso Corleone, e superata quindi alla meglio nell'828 un'epidemia, probabilmente di colera, che portò alla morte per dissenteria lo stesso Asad (sostituito da Muḥammad b. Abī l-Jawārī per volere degli stessi soldati[3]), i musulmani ottennero rinforzi nell'830, in parte dall'Ifrīqiya (allora impegnata a respingere l'attacco del duca di Lucca, Bonifacio II) e in maggior parte da al-Andalus, mentre in Sicilia giunse un gruppo di mercenari al comando del berbero Asbagh b. Wakīl, detto Farghalūs. L'assedio di MessinaFu così possibile ai musulmani - che già avevano preso Agrigentum (divenuta in seguito Girgenti, rimasta sempre a stragrande maggioranza berbera) - espugnare nell'agosto-settembre dell'831 Palermo, eletta capitale della Sicilia islamica (Ṣiqilliyya), quindi Messina, Mūdhiqa (موذقة) e Ragusa (il cui nome pre-islamico tuttavia è ancora discusso), mentre Enna (in seguito indicata come "Castrogiovanni") fu presa solo nell'859. Resisteva Siracusa, sede dello strategos da cui dipendevano tanto il drungariato di Malta quanto le arcontie (ducati) di Calabria, di Otranto e, almeno teoricamente, di Napoli. Dettaglio di un manoscritto (Skyllitzes Matritensis, fol. 100v) che ricorda la conquista di Siracusa (878)Fu necessario più d'un decennio per piegare la resistenza degli abitanti del solo Val di Mazara e ancor più per impadronirsi tra l'841 e l'859 del Val di Noto e del Val Demone. Cefalù cadde nell'837, Corleone nell'839, Caltabellotta nell'840, Messina nell'842, Modica nell'845, nell'848 Ragusa, nell'853 Butera, Enna (Castrogiovanni) nell'859, nell'865 Scicli e l'anno dopo definitivamente Noto[4]. In questo contesto la battaglia di Butera conclusasi intorno all'845 con il massacro di almeno 9 000 soldati bizantini fu decisiva per il controllo dell'isola. Siracusa, superato il blocco impostale tra l'872 e l'873 da Khafāja b. Sufyān b. Sawdān (o Sawādan), cadde il 28 maggio 878, a oltre mezzo secolo dal primo sbarco, al termine d'un implacabile assedio condotto dal generale Ja'far ibn Muhammad che si concluse col massacro di 5 000 abitanti e con la schiavitù dei sopravvissuti, riscattati solo molti anni più tardi. Restavano le fortezze di Taormina e Catania. L'ultima roccaforte importante della resistenza bizantina a cedere fu Tauromenium (Taormina) il 1º agosto del 902 sotto gli attacchi del decimo emiro aghlabide, Abū l-ʿAbbās ʿAbd Allāh Ibrāhīm b. Aḥmad (902-903). L'ultima fortezza a resistere ai musulmani fu Rometta che capitolò solo nel 965, quando l'Emirato aghlabide era già caduto da oltre mezzo secolo sotto i colpi degli ismailiti Fatimidi. Nel 902, il padre di Abū l-ʿAbbās ʿAbd Allah, Ibrāhīm II (875-902), dismessi i panni di Emiro per il veto opposto alla sua nomina dal califfo abbaside di Baghdad, al-Muʿtaḍid, indossò quelli del mujāhid (combattente del jihād) e tentò di risalire l'Italia, con l'idea di giungere poi, non senza grande ottimismo, fino a Costantinopoli, non è chiaro se via terra (assolutamente sconosciuta ai geografi musulmani) o se via mare. Passò pertanto lo stretto e percorse in direzione nord la Calabria. Non trovò particolare resistenza ma la sua marcia si arrestò nei dintorni di Cosenza, che forse fu la prima cittadina a opporsi con un certo impegno all'invasione. Tuttavia l'arresto avvenne probabilmente più per il disordine con cui le operazioni militari furono svolte e per la carenza di conduzione militare, che impedirono di cogliere concreti risultati. Inoltre Ibrāhīm, colto da dissenteria, spirò in breve tempo e le sue truppe, al limite dello sbando, si ritirarono. Così si concluse la velleitaria conquista della "Terra grande" (al-arḍ al-kabīra).