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Maglione Marica

latino

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indice

1. Quintiliano

2. istitutio oratoria

3. Decadenza dell'istitutio oratoria

4. Giovenale

5. La poetica di Giovenale

6. Le satire dell'indignatio

7. il secondo Giovenale

8. L'espressionismo

Marco Fabio Quintiliano nasce a Calagurris (Spagna) tra il 30 e il 40 d.C.. Studia a Roma dove svolge prima l’attività di avvocato e, poi, quella di insegnante di retorica, per cui ottiene anche un riconoscimento pubblico: la prima cattedra statale finanziata su iniziativa di Vespasiano nel 78 d.C.. Nel 94, abbandonati gli insegnamenti, Domiziano gli affida l’istruzione di due suoi pronipoti, probabili discendenti al trono; nello stesso anno ottenne le insegne consolari. Scrisse prima un trattato, il De causis corruptae eloquentiae (che non ci è pervenuto) e poi l’Istitutio oratoria, composta tra il 90 e il 96 e conclusa prima della morte di Domiziano. Non si conosce la data precisa della sua morte ma è presumibile che non sia molto posteriore alla fine dell’Età Flavia.

Marco Fabio Quintiliano

1)

Poi, affronta il problema del rapporto tra retorica e filosofia: sulla linea isocrateo-ciceroniana polemizza con la pretesa dei filosofi di riservarsi l’educazione dei giovani, mentre la filosofia è solo una delle scienze che deve contribuire alla loro educazione. In questo caso la sua posizione corrisponde a quella di Cicerone nel De oratore.

In contrasto con quest’ultimo è, invece, l’ostilità nei confronti dei filosofi contemporanei; questo perché in epoca flavia era molto acceso il dibattito secondo cui la corruzione dell’oratoria era legata alla decadenza della società civile; da parte di Quintiliano vi fu l’adesione agli orientamenti degli imperatori flavi, in particolare Domiziano, promotore dell’espulsione di ben due filosofi da Roma.

Institutio oratoria (la formazione dell'oratore) È un trattato diviso in 12 libri e dedicato a Vittorio Marcello . Nel trattato confluiscono la sua dottrina e i frutti dell’esperienza di insegnante. Enuncia di voler scrivere un’opera completa e sistematica, indicando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia, con i problemi e gli argomenti della scienza retorica e dell’attività oratoria. Scrive un trattato didascalico e di carattere precettistico. Si pone in linea con Cicerone per la concezione della retorica come scienza che deve formare il cittadino e l’uomo moralmente esemplare

Qui Quintiliano apre un’importante parentesi sulle letture utili all’oratore per guadagnarsi la facilitas, ovvero l’elasticità e la scioltezza dell’espressione, utili per abbellire la propria espressione e conquistare il giudizio positivo del pubblico. Quintiliano traccia un prospetto storico-letterario che abbraccia la letteratura greco-romana, indicando, con argomentazioni mirate, quali autori seguire come modello e quali invece trascurare (libro X). All’interno del decimo libro, in particolare, individua in Virgilio e Cicerone i vertici della poesia e della prosa latine 2. Dopo questo excursus, Quintiliano riprende la trattazione della retorica, illustrando le tecniche per memorizzare e recitare in pubblico il proprio discorso, cioè la memoria e l’actio (libro XI). L’ultimo libro, affrontando la questione stilistica dell’oratoria 3 e i livelli di stile principali (alto, medio e umile a seconda dell’argomento e del contesto), delinea la figura del buon oratore secondo Quintiliano. Quest’ultimo non sarà solo chi padroneggerà al meglio la tecnica, ma anche colui che fonderà le sue qualità discorsive sull’eccellenza morale della propria condotta di vita e sulle propria formazione culturale d’alto livello.

Le tematiche dell’Institutio oratoria , il contenuto dei libri I due libri d’aperura sono di indirizzo pedagogico e affrontano la prima educazione del futuro oratore, a partire dall’uscita dall’infanzia. Quindi si va dalla scelta della scuola, alle metodologie di insegnamento, alle materie da affrontare (libri I-II). Quintiliano passa poi in rassegna natura e fini dell’arte retorica, che viene tradizionalmente divisa nei suoi tre sottogeneri, ciascuno caratterizzato da regole e norme specifiche: epidittico, deliberativo, giudiziario 1 (libro III). Nei libri successivi, Quintiliano analizza una per una le cinque parti convenzionali della retorica antica: l’inventio, cioè la ricerca degli argomenti più appropriati alla tesi che si vuole sostenere, cui si affiancano le tecniche per argomentare e perorare le proprie idee (libri IV-VI); la dispositio, ovvero l’organizzazione delle idee e dei concetti in uno schema ordinato e coerente (libro VII); l’elocutio, cioè l’elaborazione stilistica del proprio discorso con l’uso di adeguate tecniche retoriche, che si distinguono in figure di pensiero e figure di parola (libri VIII-IX).

Le tematiche fondamentali dell'istitutio oratoria

Decadenza dell'oratoria secondo Quintiliano

Decadenza institutio oratoria

L’Institutio oratoria può essere considerata come una summa (raccolta)della teoria retorica antica. L’autore cita fonti greche e latine e discute le posizioni dei predecessori con equilibrio e pacatezza di giudizio; imposta i problemi con chiarezza, svolgendo la trattazione in tono discorsivo. La sua opera può essere letta come una raccolta di materiale che conserva le acquisizioni della scienza e della tecnica della comunicazione e della persuasione. L’opera ha anche implicazioni rispetto alle condizioni storico-culturali in cui si colloca e in particolare rispetto a due problemi: la mutata funzione dell’oratore nella società civile; le nuove tendenze stilistiche. Entrambi i problemi sono impostati in termini di “corruzione”, e Quintiliano indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico e morale. Egli individua in Cicerone il culmine e il modello dell’oratoria romana.È assente la prospettiva storica il che lo porta a riproporre modelli di eloquenza legati all’età repubblicana come attuali, fingendo di ignorare il fatto che Senato e popolo non hanno più potere decisionale rispetto all’imperatore. In realtà, l’impostazione moralistica cela un’abile operazione di copertura ideologica del regime.

Lo stile di Quintiliano

Vir bonus dicendi peritus

Lo stile di Quintiliano è ricco di figure retoriche per non lasciare il testo troppo disadorno e poco elegante. Le differenze rispetto a Cicerone sono l’abbondanza dei traslati, la sintassi meno ampia, ma più mossa e variata, la ricerca di una maggiore concentrazione del pensiero e una maggiore rapidità e incisività.

Quintiliano definisce il perfetto oratore come vir bonus dicendi peritus; per Cicerone il “vir bonus” era il cittadino impegnato in politica a difendere gli interessi degli ottimati. In questo senso, per Quintiliano, l’oratore doveva operare gli interessi dello Stato: il “vir bonus” è colui che antepone gli interessi pubblici a quelli privati (communis utilitas).

La sua poetica prosegue la tradizione satirica di Lucilio, Orazio e Persio. La satira I è di argomento letterario, egli come Persio attacca la cultura contemporanea, le recitationes, poiché caratterizzata dalla mitologia, falsa rappresentazione della realtà.Egli propone di trattare della realtà, del verum, che anche secondo Marziale coincide con il quotidiano, egli invece tende a enfatizzare gli eventi, mostrati come casi mostruosi: come il matrimonio di un eunuco, l’esibizione di una matrona in veste di gladiatrice. Come Persio, Giovenale tratta dei mores, ma non per correggerli, bensì per denunciarli, attaccando i vizi e non le persone, attraverso l’indignatio invece del tradizionale ludus.

Giovenale nacque ad Aquino fra il 50 e il 60, sebbene fosse di condizione economica non elevata ebbe un’ottima formazione retorica e si dedico anche a legge. Scrisse sedici satire in esametri di cui l'ultima incompleta divise in cinque libri scritte dal 100, dopo la morte di Domiziano. Le prime 7 satire sono del primo Giovenale, le ultime 9 del secolo. Morì dopo il 127.

2) Giovenale

Il poeta considera i costumi contemporanei in relazione alle conseguenze che hanno sulle persone, per esempio prevale il tema delle divitiae, il possesso di beni, che per quanto riguarda gli stoici era insignificante, poiché il ricco, avido e incontentabile è ritenuto povero, e il povero, privo di desideri e autosufficiente è ritenuto ricco. Giovenale invece tratta degli effetti che la ricchezza ha sul vivere associato, e non sul singolo, questa appare un malvagio elemento di discriminazione, è una fonte di ingiustizia. Analizza così il tema della clientela, utilizzato da Marziale come una condizione di disagio, invece Giovenale afferma che il cliente è in grado di garantire armonia tra i poveri e i ricchi.

l'indignatio è rappresentata nelle prime sette satire, il poeta appare sdegnato per criticare i mores, ma anche per suscitare la stessa indignazione nel pubblico, vuole suscitare risposte emotive nei lettori, ma comunque a differenza di Orazio nasconde aspetti della sua individualità, non è lui ad essere indignato nelle satire, ma un generico galantuomo. Le prime sette satire dunque sono caratterizzate da una visione negativa della realtà, principalmente si scagliano contro la società contemporanea, ritenuta marcia, paragonando i nuovi costumi ai costumi degli antenati, il mos maiorum, non caratterizzati da una tale corruzione e perversità.

le satire dell'indignatio

Nella satira V prevale il tema dell’indignatio, si svolge la cena di un cliente a casa del patrono Virrone. Il cliente viene attaccato perché si umilia pur di ottenere un invito a cena, e si vede quanto la condizione del cliente Trebio, che beve un vino che fa male in bicchieri da poco prezzo, è differente rispetto a quella del patrono che beve in calici preziosi, vini prelibati. Domina dunque l’idea della ricchezza come discriminazione. • Nella satira IV attacca la corte imperiale, non contemporanea, di un imperatore defunto. L’attacco è svolto in modo ironico, riprendendo un aneddoto in cui a Domiziano venne donato un enorme rombo, un pesce, talmente grande che non si sapeva come cuocerlo, facendo piombare la corte nel ridicolo. • Le satire II e VI trattano dei mores: La II si scaglia contro l’omosessualità, vista come vizio e tradimento della virilità trasmessa dagli antenati. La VI, la più lunga, si scaglia ferocemente contro la donna, specialmente si rifà al matrimonio dell’amico Postumo, che Giovenale sconsiglia, poiché preferisce il suicidio. Questa sua critica deriva dall’infedeltà delle donne, per il poeta il matrimonio era virtù solo sotto il regno di Saturno, poi è nato l’adulterio, e fa esempi come quello di Messalina, l’imperial meretrice, che, lasciato il palazzo, di notte si recava dal suo amante. Quindi il principale capo d’accusa è la lussuria, ma non solo, i difetti delle donne per Giovenale sono: la prepotenza, la superbia, la mascolinità.. tutte caratteristiche contrapposte alla donna ideale dell’antico costume, dedita solo ai lavori domestici. • La satira VII denuncia le ristrettezze in cui versano poeti, storici, grammatici.. aggravate dall’avarizia dei ricchi.

Nella satira I è descritta la giornata umiliante del cliente, fino alla delusione del mancato invito a cena. Il tema è ampliato nella satira III in cui la parola viene ceduta ad un cliente onesto e povero, Umbricio il quale accusa la vita di Roma, corrotta, resa più difficile dalla mancata fedeltà dei Greci e degli orientali, per questo motivo appare l’avversione per questi due popoli, poiché Giovenale era convinto che la cultura ellenica abbia rovinato il mos maiorum, e che l’unica soluzione per i Romani era quella di emigrare in provincia.

le satire...

L'impiego di toni più pacati Queste nuove tendenze rendono più calmi i componimenti, senza spegnere del tutto l'energia dell'autore che ora , per lo più , si indirizzano non contro il male e i malvagi, ma contro l'errore e gli illusi. Dunque, se permane l'atteggiamento censorio, alla precedente indignatio subentrano l'ironia e lo scherno. La varietà tematica La produzione di Giovenale mostra una variabilità, che da un momento iniziale, piena di tensione e fortemente unitaria , passa a una fase successiva più varia ed eterogenea. Insistere troppo su questa differenza può essere però anomalo e rischia di spingere a discutibili contrapposizioni tra il Giovenale "vero" e il Giovenale "non originale", senza cogliere le novità di questo poeta, che persistono in tutta la sua opera e che aprono la via alla moderna concezione satirica: l'abbandono, sulle orme di Persio, della satira di puro intrattenimento; la scelta di un atteggiamento appassionato e concitato, invece di quello dimesso e pacato dei predecessori; una visione iperbolicamente negativa del mondo. La deformazione espressionistica della realtà Alla rappresentazione degli aspetti distorti e mostruosi della realtà corrisponde in Giovenale uno stile espressionistico e un'enfasi oratoria del tutto lontana dalla misurata pacatezza dei sermones orazian

A partire dalla satira VIII la poesia di Giovenale comincia ad assumere caratteri e movenze sensibilmente diversi . il tratto più appariscente della nuova maniera è la rinuncia ad una prospettiva totalmente negativa: il poeta non vuole più soltanto denunciare una realtà abnorme ma proporre anche comportamenti corretti e positivi riprende dunque a suo modo quel filone moraleggiante prevalente nell’opera dei suoi predecessori: riemergono i motivi e i topo di atatbici che costituivano il patrimonio comune del moralista della satira e che nei componimenti precedenti l’urgenza dell’accusa aveva accantonato. I motivi diatribici Le appare soprattutto la concezione di fondo della diatriba l’idea che gli unici veri beni sono quelli interiori, mentre quelli esteriori non sono apparenza indifferenti dal punto di vista della felicità . Muta anche la valutazione della ricchezza: se in precedenza era la ritenuta quasi sempre fonte di un potere ingiusto, sennò criminale, ora invece divino un falso bene, desiderabile solo dalla stoltezza umana.

Il secondo Giovenale

fine!

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