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emigrazione italiana nel '900

De Lucia Ciro II° F

L’emigrazione italiana può essere divisa, per quanto riguarda il XIX e il XX secolo, in due fasi. La prima va dal 1888, anno della prima legge italiana sull’emigrazione, alla fine degli anni ’20. È chiamata “grande emigrazione”, ed è diretta soprattutto verso l’America.

Essa determinò tante trasformazioni nella società delle zone di provenienza: contribuì a ridurre l'analfabetismo e modificò la mentalità e lo stile di vita di quanti tor­navano ai loro paesi. Le donne, assumendo nuove respon­sabilità circa la gestione dell'economia familiare, intraprese­ro un faticoso processo di emancipazione. Dai paesi che li accoglievano gli emigranti inviavano ri­messe in denaro che consentivano alle famiglie di estinguere i debiti contratti con gli usurai per finanziare le partenze. Le valute estere inoltre alimentava­no i consumi, stimolando lo sviluppo industriale, oppure, de­positate nelle Casse rurali, furono da esse investite in Buo­ni del Tesoro che servirono allo Stato per finanziare la modernizzazione dell'Italia. Inoltre, grazie ai viaggi degli emigranti, crebbero le entrate della marina mercantile.

La seconda fase riprende dopo la Seconda guerra mondiale, e prosegue fino alla metà degli anni ’70 (il 1974 è infatti l’anno della crisi petrolifera, che provoca un periodo di recessione economica e dunque parecchi licenziamenti). In questa seconda fase le persone si dirigono soprattutto dal Sud al Nord Italia, e in Europa.

Moltissimi italiani scelsero la Svizzera quale meta d’emigrazione. Il sistema produttivo del paese, uscito salvo dalla guerra, era soggetto a una forte domanda, anche internazionale, e di conseguenza a un aumento del bisogno di manodopera. Gli imprenditori svizzeri decisero così di rivolgersi ai lavoratori stranieri a basso costo, provenienti soprattutto dalla vicina Italia.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera furono soprattutto abitanti del Nord Italia, perché geograficamente più vicini e poiché gli imprenditori li preferivano ai lavoratori del Sud, poi invece, dal 1963 agli anni Settanta a spostarsi furono soprattutto i meridionali

Gli anni Sessanta sono per l’Italia il momento del cosiddetto boom economico. Si tratta di un periodo di grandi mutamenti e di grande sviluppo che investe dapprima il settore economico, per poi diffondersi agli altri ambiti della vita degli italiani. Le trasformazioni economiche in atto in quegli anni avevano provocato un notevole aumento degli impieghi, della produzione di beni privati e, di conseguenza, del benessere. L’aumento del tenore di vita degli italiani ebbe come conseguenza la nascita di bisogni nuovi e diede alla luce quella che viene comunemente chiamata società dei consumi di massa.

Ma il boom economico aveva portato con sé anche un’altra importante conseguenza: fortissimi squilibri sociali, in particolare tra il Nord e il Sud della Penisola. Lo sviluppo economico aveva infatti toccato praticamente solo il Settentrione, e in particolare quella zona compresa tra Genova, Milano e Torino, dove si concentravano lo sviluppo e la maggior parte dell’offerta di posti di lavoro, mentre le campagne del Sud restavano arretrate e poverissime. I meridionali cominciarono dunque a spostarsi in massa verso il triangolo industriale, ma anche verso altre nazioni europee, soprattutto la Francia, la Germania e la Svizzera.

Il governo elvetico aveva cercato fin da subito di controllare l’emigrazione limitandola ai lavoratori cosiddetti stagionali. Il primo accordo con l’Italia a questo proposito risale al 1948 ed era strettamente funzionale agli sbalzi dell'economia, ma il lavoratore stagionale aveva però uno statuto poco favorevole: non poteva spostarsi all’interno del territorio svizzero, né cambiare lavoro, ma era vincolato a chi l’aveva assunto, che poteva licenziarlo in qualsiasi momento (con sole 24 ore di preavviso). A tale categoria, non era inoltre concesso di portare con sé la famiglia. Tale accordo provocava notevoli problemi d’integrazione per i lavoratori e creava tensioni con il governo italiano, che aveva a più riprese domandato maggiori sicurezze per i suoi connazionali.

Inoltre, l’emigrazione era voluta e favorita dal governo italiano, perché era un modo per calmare le tensioni sociali nel paese.

Si giunse così a un secondo accordo, quello del 1964, che promuoveva l’integrazione, in particolare con la legge sul ricongiungimento familiare, che riduceva gli anni di attesa per poter portare la propria famiglia con sé in Svizzera. In seguito a questi nuovi accordi si scatenarono però in Svizzera, opinioni xenofobe, causate dalla paura dell’inforestierimento che si temeva avrebbe preso piede a seguito dell’apertura all’integrazione degli stranieri promossa con l’accordo del 1964 dalle autorità elvetiche.

Iniziative xenofobe si svilupparono soprattutto nella Svizzera tedesca. Quest’atmosfera di tensione e di intolleranza non era certo positiva per i lavoratori italiani presenti in Svizzera e per le loro famiglie. Le difficoltà erano economiche, ma anche psicologiche. Gli emigrati, inseriti in una realtà ostile, e molto diversa da quella cui erano abituati sentivano la nostalgia dell’Italia, della loro famiglia e delle loro tradizioni, e desideravano, nella maggior parte dei casi, fare ritorno al più presto.

I cartelli dispregiativi affissi fuori alcuni locali svizzeri, belgi e tedeschi furono poi il pezzo mancante per completare il quadro di questo lungo periodo di disprezzo e odio verso gli italiani.

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