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PARINI E ALFIERI

Prof.ssa Sara Aschelter

01. Parini: vita

02. Parini & Illuminismo

05. Parini: Il Giorno

06. Alfieri: la vita

08. Titanismo & pessimismo

07. Alfieri & Illuminismo

10. Alfieri: Satire e Commedie

12. Contatti

11. Alfieri: tragedia

09. Alfieri: politica

Indice

04. Parini: le Odi

03. Parini & nobiltà

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Giuseppe Parini

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  • Giuseppe Parino cambierà solo da adulto il suo cognome in Parini. Nasce nel 1729 a Bosisio in Brianza da una famiglia di condizioni modeste. Si trasferisce a Milano dove si dedica alla carriera ecclesiastica, che gli permette di accedere agli studi.
  • Nel 1752 pubblica la raccolta Alcune poesie di Ripano Eupilino ispirata a modelli classici. Grazie a quest'opera può essere introdotto all'Accademia dei Trasformati, uno dei centri principali della cultura milanese aperta alle idee illuministe.
  • Nel 1754 diventa precettore (insegnante privato) di alcuni figli della nobiltà milanese, i duchi Serbelloni e i conti Imbonati.

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Nel frattempo, si dedica alla composizione di altre opere di argomento civile, come per esempio le prime due parti del poemetto satirico Il Giorno: Il Mattino (1763) e Il Mezzogiorno (1765).

Nel 1768 il governo dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria cerca la collaborazione con gli intellettuali illuministi per dar vita a una forma di dispotismo illuminato. Convoca dunque Parini, affidandogli incarichi di grande responsabilità: sarà direttore della Gazzetta di Milano e otterrà la cattedra di belle lettere nelle Scuole palatine, le scuole pubbliche istituite dall'imperatrice.

A partire dal 1773 Parini comincia a frequentare un gruppo di artisti che segue un nuovo orientamento, quello neoclassico che influenzerà in modo decisivo la sua poetica.

L'intellettuale a servizio dello Stato riformatore

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Gli ultimi anni

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Durante il successivo governo di Giuseppe II d'Asburgo, tuttavia, Parini non concorderà col modo autoritario d'occuparsi della cultura dell'imperatore e si allontanerà dai servizi resi allo Stato.

Nel 1789 giudicherà con favore la Rivoluzione francese, grazie alla quale sperava si sarebbero potuti realizzare gli ideali cari agli illuministi di libertà e uguaglianza.
Dopo gli eccessi sanguinari del successivo regime del Terrore (1793-1794), però, assumerà posizioni sempre più critiche nei confronti dei rivoluzionari.

Nel 1796 con l'arrivo dei francesi a Milano è chiamato a far parte della nuova amministrazione ma dopo alcuni contrasti viene allontanato e si ritirerà dalla vita pubblica. Muore nel 1799, contento che Milano sia tornata in mano agli austriaci.

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Parini e gli illuministi

Bisogna subito specificare che Parini non ebbe un rapporto lineare con gli illuministi. Come loro, è un intellettuale impegnato in una battaglia civile perché vuole contribuire al progresso della nazione, desidera aiutare a risolvere i problemi della realtà contemporanea. Lo fa a suo modo, diffondendo nuove idee che possano migliorare la vita sociale e giovino al bene comune e alla pubblica felicità.

Eppure, nei confronti dell'Illuminismo francese ha un atteggiamento problematico:
- condivide i principi egualitari: tutti gli individui hanno pari dignità a prescindere dalla classe di appartenenza;
- condivide l'ostilità a ogni forma di fanatismo religioso e giudica negativamente l'atteggiamento di chiusura al progresso della Chiesa.
A differenza dell'Illuminismo francese, però, egli crede profondamente nella religione e nei suoi valori.

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Un veloce ripasso sull'Illuminismo, per capire meglio le posizioni di Parini.

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Parini e la nobiltà

Sulla base dei valori illuministi e di quelli cristiani, Parini critica duramente l'aristocrazia giudicandola oziosa, vuota e improduttiva, sia dal punto di vista economico sia da quello intellettuale, civile e morale.

1) Sul piano economico: i nobili sperperano le ricchezze che derivano da rendite e lavoro altrui, invece di aiutare ad accrescere la ricchezza comune;
2) Sul piano intellettuale: i nobili non si dedicano a quegli studi che potrebbero contribuire all'avanzamento della cultura e della scienza;
3) Sul piano civile: i nobili dedicano tutto il loro tempo e le loro risorse unicamente alla ricerca del piacere e non vogliono assumere cariche pubbliche o magistrature utili al bene comune;
4) Sul piano morale: i nobili coltivano costumi immorali, come dimostra l'adulterio così diffuso tra l'aristocrazia, che distrugge così i valori familiari, utili alla convivenza.

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Nell'opera Dialogo sopra la nobiltà (1757), Parini riconosce all'aristocrazia un importante funzione sociale nel passato, sebbene conquistata con violenza e rapina: per questa sua importante funzione regolatrice, la nobiltà aveva potuto legittimare i propri privilegi.


Nel passato, infatti, la nobiltà assumeva su di sé l'incarico di:

- difendere la patria in caso di conflitti;

- amministrare lo Stato;

- dedicarsi agli studi per far progredire il bene comune.


All'epoca di Parini, invece, l'aristocrazia attraversa una fase di decadenza. Tuttavia, l'autore NON suggerisce l'eliminazione completa di questa classe, riconoscendole ancora importante funzioni sociali. Suggerisce una rieducazione della nobiltà, che la riporti ad assumere l'antico ruolo sociale che le compete.


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Parini e l'illuminismo lombardo

Anche con l'Illuminismo lombardo Parini ha un rapporto complicato. Rispetto agli intellettuali che si riunivano attorno alla rivista Il Caffè e all'Accademia dei Pugni Parini non condivide l'ammirazione nei confronti dell'Illuminismo francese: temeva infatti che l'eccessiva influenza della cultura francese potesse stravolgere i caratteri originari di quella italiana. Inoltre, era contrario alla contaminazione della lingua italiana con francesismi.

Gli illuministi italiani respingevano il classicismo tradizionale, mentre Parini nutre un vero e

proprio culto per i modelli antichi.

Infine, mentre il gruppo del Caffè riteneva che lo sviluppo economico del commercio e dell'industria potesse garantire il progresso e il benessere, per Parini sarà invece l'agricoltura a essere all'origine della ricchezza delle nazioni e della moralità pubblica.
Il poeta guarda dunque con preoccupazione l'estendersi incontrollato del commercio, che incrementa il lusso e quindi la corruzione dei costumi.

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L'ultimo Parini

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L'ultima fase della vita e della poetica di Parini è caratterizzata dalla delusione storica e dall'avvicinamento al Neoclassicismo.

1) Delusione storica: a partire dagli anni Settanta e dal governo di Giuseppe II, Parini inizia a provare un senso di delusione e disinteresse nei confronti dell'impegno civile. Questo nuovo sentimento appare evidente in alcune opere: Il Vespro, La Notte e le ultime Odi, in cui compaiono temi leggeri e occasionali, al posto degli antichi atteggiamenti polemici o e degli argomenti attuali;
2) Neoclassicismo: già nel Discorso sopra la poesia (1768) Parini sostiene che la poesia non debba essere solo un semplice strumento di divulgazione, ma deve soprattutto restare legata all'eleganza e alla ricercatezza formale tipiche dei modelli classici. Elementi essenziali dell'ultima poetica di Parini sono l'eleganza, la semplicità e l'armonia.

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Il Neoclassicismo è una tendenza che inizia a diffondersi nel corso del secondo Settecento grazie soprattutto alle teorie di Johann Joachim Winkelmann (1717-1768). Studioso tedesco di arte antica, riteneva che proprio nell'arte greca si realizzava il bello ideale, fatto di un equilibrio armonico e perfetto di forme in tutte le sue parti. Solo nell'arte greca si può riscontrare la nobile semplicità dell'arte, tenuta lontana da moti passionali violenti.

Queste teorie vennero particolarmente seguite negli ambienti artistici milanesi, tra pittori e architetti dell'Accademia di Belle Arti di Brera, la stessa in cui Parini insegnava Lettere.

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Le Odi (1791/1795)

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  • Le Odi rappresentano il fulcro della produzione impegnata di Parini: è evidente la sua volontà di contribuire al progresso attraverso la diffusione di nuove idee;
  • L'ode è un tipo di componimento che fu introdotto dall'Arcadia, con l'intento di riprendere forme e modelli della poesia greca e latina. Il contenuto di un'ode è sempre elevato e solenne;
  • Parini pubblicò due edizioni delle Odi:

una nel 1791, un'altra nel 1795 con l'aggiunta di alcuni nuovi componimenti. I testi dell'autore possono essere divisi in:
- 1756-1769 legati alla battaglia illuministica;
- 1777-1795 non più civili, ma ispirati al classicismo.

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Le Odi illuministiche

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  • Impegno civile, evidente nelle due parti del poemetto Il Giorno;
  • Problemi pratici e concreti, vivi nel dibattito illuminista e spesso affrontati anche sulle pagine della rivista Il Caffè: inquinamento, igiene, educazione, scoperte scientifiche, povertà dei ceti inferiori, criminalità.
  • L'obiettivo è far rientrare tra gli argomenti della poesia anche quelli più pratici e quotidiani attraverso gli strumenti della tradizione classica: secondo Parini si devono trattare argomenti pratici attraverso un lessico ricercato, una sintassi complessa, un ricco impianto retorico.
  • Tra le odi di questo primo gruppo si segnalano: La salubrità dell'aria (1759), L'educazione (1764), L'innesto del vaiuolo (1765).

TESTO

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LA SALUBRITA' DELL'ARIA (1759)

Il tema ecologico caro agli illuministi dell'inquinamento e dell'igiene pubblica venne affrontato da Parini nell'ode La salubrità dell'aria, letta per la prima volta dall'autore all'Accademia dei Trasformati nel 1759, durante una seduta pubblica che aveva come tema l'aria.

Bisogna ricordare l'antefatto: il Maestrato della Sanità (l'equivalente dell'odierno Assessorato all'Igiene) il 30 aprile 1756 aveva emanato un provvedimento che:

- Vietava di versare per la strada acque putride e di gettarvi carogne di animali;

- Imponeva di chiudere le cisterne che raccoglievano i liquami dei pozzi.

Nel componimento Parini rappresenta:

- La campagna come un luogo salutare, laborioso e sano;

- La città come mondo malsano e corrotto dall'avidità di denaro. Proprio a causa degli interessi privati, del disprezzo delle leggi e della salute pubblica, dell'incompetenza degli amministratori, l'aria di Milano è irrespirabile.


L'EDUCAZIONE (1764)

Un tema particolarmente caro agli illuministi è quello dell'istruzione, affrontato da Parini nel componimento L'educazione del 1764. Secondo l'autore, l'educazione ha il compito di formare l'uomo nuovo, ispirato da una nuova mentalità e da nuovi comportamenti. Solo attraverso questo rinnovamento si potrà auspicare anche quello della società e del costume.

Parini si dedica all'educazione del ceto dirigente, offrendo i suoi consigli con l'obiettivo di rigenerarla e riportarla alle sue antiche funzioni sociali oramai perdute. Nell'ode il poeta esprime tre principi illuministici:

1) La ragione deve guidare e regolare i sentimenti, senza però soffocarli;

2) La vera nobiltà non è quella di nascita e di sangue, ma quella interiore dell'individuo;

3) La fiducia che il mondo potrà essere cambiato grazie alla diffusione dei principi illuminati.


L'INNESTO DEL VAIUOLO (1765)

In quest'ode, Parini esalta la scienza moderna contro ogni forma di pregiudizio. Prende spunto dagli esperimenti che proprio in quel periodo cercavano di creare un vaccino contro il vaiolo. La scienza è il fattore essenziale per lo sviluppo delle conoscenze teoriche, per il rinnovamento dell'umanità, per il raggiungimento del progresso e per il miglioramento delle stesse condizioni di vita.


Odi ispirate al classicismo

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  • La delusione nei confronti della politica di Giuseppe II spinge Parini al distacco dai temi impegnati e civili. L'ultima ode d'ispirazione illuministica s'intitola La musica ed è del 1769: il poeta si scaglia contro l'uso di castrare i giovani cantanti per mantenerne le voci di soprano. Segue una lunga pausa;
  • Nel 1777 pubblica La laurea, un'ode in occasione della laurea in Legge di una giovane. Ormai è lontano dagli atteggiamenti polemici tipici della prima fase illuministica: ancora sotiene alcuni princìpi illumunistici, come la rivendicazione dei diritti della donna, ma si riduce ai limiti di una poesia d'occasione;
  • Con le opere successive si matura il distacco dai problemi concreti civili e sociali.

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In questo gruppo di testi va ricordato La caduta (1785), una vera e propria autodifesa di Parini: si presenta come modello di intellettuale indipendente, pronto ad affrontare le ristrettezze della povertà pur di conservare la propria libertà di pensiero.

Il Giorno

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  • Il Giorno appartiene al genere della poesia didascalica: molto diffuso tra gli illuministi, ha come obiettivi l'insegnamento e la divulgazione di nuove idee, conoscenze e valori;
  • Il poeta è un precettore che vuole insegnare a un giovin signore come riempire i vari momenti della propria giornata, vincendo la noia che lo tormenta;
  • Il poema più che narrativo è descrittivo: non c'è una particolare vicenda, ma viene descritta una giornata tipo dell'aristocrazia, presentando tutte le possibilità che si offrono al giovane nobile: il risveglio in tarda mattinata, la colazione, le lunghe e complicate operazione di igiene personale, gli intrattenimenti nei luoghi di ritrovo della nobiltà cittadina.

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La satira del Mattino e di Mezzogiorno

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  • Il Mattino e Il Mezzogiorno mettono in luce gli aspetti negativi della classe aristocratica: la vita oziosa e improduttiva e la sua immoralità;
  • Tali argomenti vengono affrontati attraverso la satira e l'ironia: mentre finge di celebrare la vita frivola e vuota della nobiltà, Parini ne mostra tutta la corruzione. Il discorso del precettore si fonda sull'antifrasi, secondo la quale viene affermato proprio il contrario di quello che si vorrebbe sostenere;
  • La vita della nobiltà viene celebrata con termini iperbolici ed esagerati, di modo che perfino il gesto più banale, come quello di prendere il tè, diventano eventi straordinari, da cantare con termini elevati e sublimi. In questo modo, traspare l'atteggiamento di dura critica del poeta.

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La raffigurazione della nobiltà contemporanea è uno degli aspetti centrali dell'opera. Compaiono, però, anche importanti riferimenti all'aristocrazia del passato, più attiva e coraggiosa della presente, e alle classi popolari, portatrici di valori positivi.

All'ozio vano e corrotto dei nobili si contrappone la vita operosa e sana del contadino e dell'artigiano, che si dedicano ad attività utili al bene comune e si ispirano ai valori fondamentali della famiglia, che la nobiltà ignora o stravolge con l'adulterio.

La miseria popolare si rileva in episodi di crudo realismo: alcuni indifesi plebei vengono travolti da una carrozza aristocratica lanciata a folle corsa; un servo viene messo sulla strada e costretto a chiedere l'elemosina con tutta la sua famiglia per aver sferrato un calcio alla cagnetta della padrona; la folla di mendicanti affamati che si accalca attorno a un palazzo nobile per respirare almeno il profumo dei prelibati cibi all'ora di pranzo.

Il precettore sembra sempre condividere il punto di vista del giovin signore, ma mette in evidenza una realtà drammatica, che suscita lo sdegno civile.

Il Vespro e La Notte

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  • Il Vespro e La Notte rappresentano il graduale allontanamento di Parini dall'impegno civile;
  • Non scrive più con l'intento di educare la nobiltà: ha perso la fiducia di poter rieducare gli aristocratici. Non smette però di condannare l'ozio e l'improduttività dei nobili;
  • L'ironia è diventata meno caustica, lo sdegno morale è meno violento;
  • Vengono introdotte nuove tematiche, come la malinconia e il declinare dell'età;

TESTO

  • Traspare il senso del fallimento del programma degli illuministi e dei riformatori: mentre Parini si dedica alla stesura di queste due ultime parti del Giorno, sta già infuriando la Rivoluzione francese che avrà come obiettivo proprio quello di esautorare di ogni potere e rispetto la nobiltà.

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Vittorio Alfieri

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  • Vittorio Alfieri nasce ad Asti nel 1749, da famiglia nobile e ricca. Pratica i primi studi presso la Reale Accademia di Torino, scuola di consolidate tradizioni militari, dove riceve una formazione ispirata a modelli culturali superati, che in seguito criticherà duramente;
  • Uscita dall'Accademia nel 1772, inizia lunghi viaggi per l'Italia e in altri Paesi d'Europa, dei quali sarà acuto osservatore, soprattutto delle condizioni sociali e politiche;
  • Rientra in Piemonte e non si dedica alla vita militare tipica della classe aristocratica sabauda, ma conduce una vita oziosa, oppresso da perenne scontentezza e irrequietudine, trovando consolazione solo nella lettura.

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  • Proprio a Torino, insieme ad alcuni amici, fonda una sorta di società letteraria;
  • Comincia a comporre in francese, lingua usata d'abitudine nella società torinese, alcune opere di scarsa importanza;
  • Nel 1775 si verifica la conversione, secondo le parole di Alfieri stesso: ritrova per caso alcuni fogli sui quali aveva iniziato a comporre il suo Antonio e Cleopatra. La tragedia gli permetterà di comprendere quale sia la sua reale vocazione: quella letteraria. Decide così di portare a termine la tragedia;
  • Antonio e Cleopatra viene rappresentata nel 1775 al teatro Carignano di Torino, ottenendo grande successo;
  • Per rimediare alle proprie lacune, inizia da autodidatta lo studio dei classici latini e italiani e impara l'italiano letterario. Ora ha i mezzi necessari per scrivere le tragedie che ha in mente.

Primi tentativi letterari

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Tragedie, Rivoluzione e morte

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  • Tra il 1776 e il 1780 soggiorna in Toscana, dove si dedica alla stesura delle proprie opere. A Firenze conosce Louise Stolberg, contessa di Albany, e in lei trova degno amore;
  • Nel 1778 vuole definitivamente spiemontizzarsi, così rinuncia a tutti i suoi beni in favore della sorella Giulia, in cambio di una rendita vitalizia;
  • Nascono una dopo l'altra le numerose tragedie, pubblicate per la prima volta a Siena tra il 1783 e il 1785, poi a Parigi tra il 1787 e il 1789. A Parigi Alfieri soggiorna a lungo tra il 1785 e il 1792;
  • Lo scoppio della Rivoluzione francese vede anche il sostegno di Alfieri, che compone Parigi sbastigliato, un'ode scritta nel 1789 per celebrare la presa della Bastiglia;
  • Presto, però, diventa molto critico nei confronti dei rivoluzionari, che mascherano solo una nuova tirannide stavolta borghese;
  • Nel 1792 lascia Parigi e si rifugia a Firenze dove muore nel 1803, odiando sempre più i francesi.

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Alfieri e gli illuministi

  • Anche se si è formato su basi illuministiche, Alfieri come Parini mostra una visione della realtà diversa da quella elaborata da Montesquieu o Voltaire;
  • Alfieri è infastidito dal culto illuministico per la scienza, perché secondo lui il razionalismo scientifico soffoca il forte sentire, cioè gli impulsi spontanei e l'immaginazione;
  • Per Alfieri, quindi, la passionalità senza freni e i moti spontanei dell'animo dovevano essere sottratti all'eccessivo controllo della ragione;
  • Al contrario degli illuministi, rifiuta anche l'entusiasmo per lo sviluppo economico e lo spirito proprio della classe borghese, rivolta solo all'utile e al guadagno, incapace di forti passioni e alti ideali;
  • Al contrario degli illuministi, Alfieri crede che il vero progresso dell'umanità risieda nelle sue capacità di provare passioni ed entusiasmi. Il progresso non dipende dunque dalla ragione, dagli studi, dalla condivisione del sapere, dall'educazione, dai soli esperimenti. La cultura spetta solo a chi possiede un animo virtuoso e una sensibilità superiore, non alla massa degli uomini comuni.

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Titanismo e pessimismo

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Tirannide

Alfieri si mostra contrario all'assolutismo come anche al predominio delle nuove forze borghesi. In una fase di stallo, non sa proporre alternative di governo valide. Il punto centrale della sua riflessione politica, dunque, è l'odio contro la tirannide.


Egli rifiuta il potere in sé, in ogni sua forma, in quanto per Alfieri ogni forma di potere è considerata oppressiva e ingiusta.

Libertà

Alfieri esalta il concetto di libertà, che contrappone a quello di tirannide, ma rimane nelle sue riflessioni un concetto astratto e indeterminato.

Il fatto che Alfieri non abbia un preciso ideale di libertà e di politica si riscontra nei suoi frequenti entusiasmi per i moti rivoluzionari, poi sempre raffreddati dall'effettivo esercizio del potere da parte dei rivoluzionari, di cui diventa un aspro critico: così fu per la Rivoluzione americana, per la quale scrisse l'ode L'America libera, per poi rendersi conto che i rivoluzionari non si erano mossi tanto per la libertà, quanto per ragioni materiali ed economiche: lotta contro gli interessi inglesi.

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Nel pensiero di Alfieri, dunque, la tirannide e la libertà non sono due precisi concetti politici che si contrappongono razionalmente, ma due ideali astratti propri alla coscienza intima del poeta: Alfieri prova un'ansia di grandezza eroica e di libertà, esaltato dall'epoca nella quale vive e scrive, in contrasto con tutto ciò che può ostacolarla.

Questo atteggiamento è stato definito titanismo. Con questo termine si indica proprio il conflitto di un intellettuale con la realtà politica e sociale mediocre in cui sente di vivere, condizione che gli causa un senso di sradicamento. Inoltre, l'autore titanico nutre un conflitto tutto interiore con le sue angosce, i suoi tormenti e i suoi dubbi che lo ostacolano nella realizzazione della propria grandezza.


Al sogno titanico di grandezza, dunque, si accompagna sempre un senso di pessimismo consapevole dell'effettiva miseria umana, una chiara sensazione d'impossibilità di affermare pienamente il proprio valore. Il conflitto tra titanismo e pessimismo è alla base delle opere politiche e della produzione teatrale di Alfieri.

Il poeta, infine, stanco dello scontro con la realtà che lo circonda, nel rifiuto della società e degli ideali borghesi, si rifugia in un mondo ideale, anticipando la sensibilità romantica del secolo successivo.

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Le opere politiche

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  • DELLA TIRANNIDE: Nel 1777 Alfieri scrive un breve trattato che rappresenta il momento più rivoluzionario della sua riflessione politica. Esprime l'odio nei confronti di ogni forma di assolutismo, anche quello illuminato, e critica duramente la nobiltà, l'esercito e il clero, sostenendo che l'insurrezione popolare è l'unico strumento possibile per rigenerare uno Stato. L'unico strumento di battaglia per Alfieri è la scrittura;
  • DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE: ideata sin dal 1778 ma comiuto nel 1786, l'opera indaga il rapporto tra gli scrittori e il potere assoluto. Egli proclama la superiorità dello scrivere su ogni altra forma di attività. Solo nella letteratura si possono manifestare la libertà e la dignità eroica dell'individuo. Il tema centrale è l'indipendenza dell'intellettuale dal potere: respinge la figura dello scrittore cortigiano e quella dell'uomo che scrive per vivere. Lo scrittore ideale per Alfieri è colui che ha come obiettivo il pregio e la fama dell'eccellenza, che stimola gli uomini ad azioni eroiche e virtuose.

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Satire e commedie

  • Tra il 1786 e il 1797 Alfieri scrive le Satire, una serie di 16 poesie in terzine, nella quale porta avanti una polemica sulla società del suo tempo. Nell'opera I Grandi, si scaglia contro la frivolezza e l'ozio dei nobili; nelle opere La Plebe e La Sesquiplebe ("la plebe una volta e mezzo", cioè la borghesia) critica con durezza la borghesia emergente, il principio di sovranità popolare e il sistema democratico;
  • In altre Satire, Alfieri prende di mira i princìpi fondamentali della cultura illuministico-borghese: nell'Antireligioneria afferma l'importanza della religione nella vita dell'uomo e nella conservazione dell'ordine sociale; nel Commercio polemizza contro lo spirito mercantile e l'interesse materiale dei borghesi;
  • Tra il 1800 e il 1803 negli ultimi anni della sua vita, Alfieri si dedica alla stesura di sei Commedie, di impostazione satirica e allegorica. Le prime quattro sono di argomento politico: L'uno, i pochi e i troppi mette in luce i limiti e i difetti delle varie forme di governo. Le ultime due commedie, La finestrina e Il divorzio, mettono in ridicolo l'ambizione e l'egoismo celati dietro ogni comportamento umano.

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La poetica tragica

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  • Alfieri è però soprattutto conosciuto per la forma tragica, soprattutto come espressione del proprio mondo interiore. Nella tragedia si trovano figure eroiche ed eccezionali, dunque ideale per il titanismo alfieriano. Nelle tragedie l'autore mostra una tensione verso una grandezza senza limiti, proiettando se stesso nei protagonisti della vicenda;
  • Alfieri sceglie la tragedia anche per fama: si riteneva, infatti, che l'Italia non avesse ancora avuto il suo grande autore tragico, degno di reggere il confronto con gli antichi e con i grandi francesi, quali furono Corneille e Racine. Cercava nella tragedia l'affermazione di sé e la soddisfazione al proprio bisogno di gloria;
  • Alfieri presenta la sua poetica tragica in alcuni scritti teorici, spesso in risposta alle sollecitazioni degli amici e letterati. Nella Vita, pubblicata postuma nel 1806, si trova la storia della sua vocazione per la poesia tragica.

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Le tragedie d'Alfieri

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La struttura

In polemica con la tragedia francese, rifiuta scene troppo lunghe che rallentano l'azione, l'inserimento di episodi che complicano senza motivo l'intreccio, il ritmo monotono della rima baciata.

Alla base della tragedia secondo Alfieri deve esserci un impetuoso slancio passionale, una tensione crescente verso la catastrofe.
Bisogna eliminare ogni elemento superfluo, evitare personaggi di secondo piano per concentrarsi su un numero molto limitato di personaggi principali.
La tragedia, infine, secondo Alfieri non può cantare, quindi mira a uno stile duro, aspro, antimusicale, opposto a quello del melodramma.

La disciplina classica

Alfieri si ispira alle norme della tradizione classica, non a Shakespeare come i suoi contemporanei. Per questo, le sue opere rispettano sempre le tre unità di tempo, di spazio e di luogo: si svolgono in un arco di tempo che non supera le ventiquattro ore, hanno una scena fissa e un'azione unitaria, costruita intorno a un unico nucleo.

Il testo tragico

Alfieri progetta testi destinati alla recitazione di fronte al pubblico, per questo inseriva suggerimenti sulle battute. Prediligeva le rappresentazioni private, tra amici nobili, in rifiuto del teatro contemporaneo.

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Alfieri riteneva il teatro contemporaneo frivolo e volgare, gli attori incapaci di sostenere le parti eroiche delle sue tragedie, il pubblico comune insensibile e mediocre.

La degradazione del teatro è per Alfieri collegata ai regimi tirannici del tempo: il vero teatro può vivere solo in un regime libero, col sostegno di un popolo libero e finalmente animato da nobili virtù civili, come i greci e i romani.

Egli si rivolge a un teatro e a degli spettatori futuri, abitanti di un'Italia rinata e diventata nazione, in cui vi siano vere virtù pubbliche. Per il poeta infatti il teatro tragico assume un'importante funzione civile perché mostra agli uomini come fare per essere "liberi, forti, generosi, [...] insofferenti di ogni violenza, amanti della patria, conoscitori dei propri diritti".


Nella concezione del teatro tragico alfieriano si ritrovano integralmente i suoi ideali politici.

Evoluzione della tragedia

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Prime tragedie

  • Filippo;
  • Polinice;
  • Antigone;
  • Agamennone;
  • Oreste;
  • Virginia.

1775-1777: emergono già i temi del titanismo e del pessimismo. L'autore esprime la volontà di affermazione dell'io oltre ogni ostacolo. I protagonisti, però, si scontrano con una realtà ostile, mettendo così in luce il pessimismo tipico di Alfieri.

Sperimentazioni

  • La congiura de' Pazzi;
  • Don Garzia;
  • Maria Stuarda;
  • Rosmunda;
  • Ottavia;
  • Timoleone
  • Merope

1777-1782: compaiono elementi nuiovi come la debolezza umana, la pietà, la commozione e si accentua la consapevolezza che lo slancio titanico si infrange quasi sempre contro i limiti della realtà storica.

Ancora pessimismo.

1782: con la tragedia Saul il titanismo delle prime opere entra definitivamente in crisi. Alfieri giunge infine alla consapevolezza della reale miseria della condizione umana. Il protagonista scopre la sua debolezza e il suo destino di sconfitta. Il nemico non è più al di fuori dell'eroe, ma al suo interno.

Crisi: Saul

  • Saul;
  • Mirra (1784-1786)

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L'EROE MALEDETTO

Col Saul, Alfieri rappresenta una figura dell'eroe del tutto nuova. Non si tratta più di un eroe fermo e forte, ma di un eroe maledetto, lacerato e tormentato da incubi, ossessioni e conflitti interiori angosciosi che lo privano della volontà e delle forze.

Quest'eroe maledetto è infine condotto da se stesso alla follia, destinato a una sconfitta totale, senza via di scampo.

A dire la verità, esattamente come nelle tragedie precedenti, anche nel Saul viene presentato un eroe ancora spinto dalla voglia di conquistare un potere illimitato, di affermare la propria volontà al di là di ogni ostacolo. La vera novità del Saul si trova nel fatto che questo eroe titanico è costretto a scontrarsi con la superiore volontà di Dio, limite davvero invalicabile.

Il conflitto tragico, che di solito contrapponeva due forze esterne rappresentanti del bene e del male, trova nel Saul una nuova dimensione: si svolge tutto dentro la psiche dell'eroe.

Questo è un concetto davvero moderno: la tragedia è soprattutto l'esplorazione della zona oscura e ignorata dell'animo umano, in cui si agitano forze contrastanti e inconciliabili.

Domande?

Buono studio!

Prof.ssa Sara Aschelter

profaschelter@gmail.com