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storia della lingua

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Prof.ssa Sara Aschelter

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la questione della lingua

Pietro Bembo affermava la necessità di seguire il modello dei grandi scrittori fiorentini del Trecento.

fiorentino trecentesco

Un'altra corrente di pensiero (con Salviati) vedeva nella parlata fiorentina contemporanea il giusto modello per la lingua letteraria.

fiorentino attuale

Trissino e Castiglione proponevano di accettare le parlate regionali limitate all'uso nelle corti, centro di convergenza dei letterati.

lingua delle corti

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dibattito sulla lingua nel cinquecento

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In particolare, Pietro Bembo suggeriva di seguire come modelli:

- Francesco Petrarca per la poesia;

- Giovanni Boccaccio per la prosa.

Solo questi, infatti, secondo Bembo avevano rappresentato il modello perfetto di lingua letteraria.

I sostenitori di questa tesi, il più importante dei quali fu Leonardo Salviati, individuavano nel dialetto fiorentino del Cinquecento il modello adatto per la produzione artistica.

Salviati (1540-1589), uno dei fondatori dell'Accademia della Crusca, pur sostenendo l'importanza del fiorentino trecentesco, ampliava i modelli dai quali trarre ispirazione: TUTTI gli autori trecenteschi, non solo le Tre Corone, potevano servire da esempio.

Ne deriva che lo scrittore poteva ricavare spunti anche dalla parlata fiorentina cinquecentesca, nella misura in cui conservava nell'uso orale molte tracce della perfezione originaria.

Gian Giorgio Trissino e Baldesar Castiglione erano persuasi di dover accettare gli apporti di altre parlate regionali: nelle corti, infatti, confluivano intellettuali provenienti da ogni regione d'Italia.

In particolare, Trissino si pone alla ricerca di una lingua adatta all'uomo di corte cinquecentesco, lontana dal fiorentino illustre del Bembo. Propone dunque l'uso di una lingua mista, fusione delle lingue parlate nelle corti italiane del tempo.

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il dibattito nel seicento

Partendo dalle posizioni già espresse nel secolo precedente, il dibattito sulla lingua nel Seicento si amplia, anche grazie alla nascita di accademie, come quella della Crusca, che si interessano propriamente di questioni di lingua.
In particolare, si afferma una corrente purista, rappresentata proprio dall'Accademia della Crusca, che vuole stabilire un canone di lingua pura sulla base della tradizione fiorentina trecentesca. Il primo risultato di questa ricerca è la pubblicazione nel 1612 del Vocabolario degli Accademici della Crusca, edito ancora nel Novecento. Nel primo vocabolario erano indicati tutti i termini dell'uso fiorentino del Trecento, sia dei grandi scrittori, sia dei minori.
Dall'altro, tuttavia, si contrappone a questa corrente quella dei sostenitori di una lingua italiana più aperta a vari apporti, soprattutto aperta al modello del fiorentino vivo. Questa posizione è definita degli anticruscanti, proprio perché opposta alla linea della Crusca.

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Tra gli anticruscanti va ricordato soprattutto Alessandro Tassoni (1565-1635), che polemizza contro la pignoleria del Vocabolario e degli accademici, in nome di un uso più moderno e "nazionale" della lingua.


Bisogna inoltre specificare che proprio nel corso del Seicento gran parte degli Stati della penisola italiana avevano perso la propria autonomia a causa del dominio della Spagna. Era dunque inevitabile che nella tradizione italiana confluissero anche forme lessicali tratte dallo spagnolo (ne è una traccia ancora viva l'uso della terza persona "lei" nei rapporti formali, che andò a sostituire l'uso del "voi" francese).


Inoltre, il gusto barocco dell'epoca suggeriva di adottare anche in letteratura posizioni anticlassicistiche, che ricercavano l'irregolarità e la bizzarria.

Le riflessioni sulla lingua di questi secoli interessano SOLO l'italiano letterario, ovvero utilizzato per fini artistici. Dell'unità dell'italiano parlato, invece, parla in questo video Pier Paolo Pasolini.

l'italiano parlato

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Come sostenuto anche da Pasolini in questa intervista, per l'italiano parlato unificato in tutte le regioni bisognerà davvero aspettare il Novecento e l'avvento della televisione. Nel corso dei secoli oggetto del nostro studio, non si poneva ancora il problema di una lingua unitaria per tutto il Paese anche negli usi comuni. L'Italia era infatti ancora troppo frammentata e soggetta a domini stranieri.


Nel Seicento, infatti, persino le persone colte utilizzavano prevalentemente il toscano nello scritto o nelle occasioni ufficiali. Gli intellettuali, dunque, parlavano ognuno il proprio dialetto.

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chiesa protestante

In Germania, al contrario, un potente impulso all'unificazione linguistica e culturale era stato dato dalla traduzione in volgare da parte di Lutero della Bibbia.

CHIESA cattolica

La Chiesa della Controriforma aveva favorito il rafforzamento del latino, lingua della liturgia e dell'insegnamento. Ciò non agevolò la formazione di un idioma italiano unitario.

contesto

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Secondo gli orientamenti protestanti, la Bibbia doveva poter essere letta da tutti, in nome del principio del "libero esame", cioè della libertà da parte di ogni fedele di interpretare i testi sacri.

La Chiesa cattolica uscita dal Concilio di Trento proibiva infatti la lettura individuale delle Sacre Scritture, senza la guida del clero. Per questo, ne vietava anche ogni traduzione.

Si voleva evitare, in nome di una concezione autoritaria e dogmatica, che il singolo credente potesse accostarsi da solo alla lettura dei testi sacri. Tutto ciò ebbe delle inevitabili ripercussioni sul piano linguistico: con il divieto di traduzione della Bibbia veniva meno in Italia un potenziale strumento di sviluppo culturale e di unificazione linguistica.

forme e generi

della letteratura del seicento

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la lirica in italia

Il napoletano Giovan Battista Marino (1569-1625) è il miglior rappresentante del passaggio all'età barocca. La sua poesia fortemente innovatrice supera l'imitazione dell'equilibrio petrarchesco e è espressione di uno stile più artificioso. Attraverso l'uso di metafore e concetti, della musicalità del verso Marino punta a meravigliare i lettori. La ricerca dello stupore e lo stile elaborato saranno ripresi da molti seguaci in Italia e in Europa, tanto da essere definiti marinisti.

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dal poema al romanzo

Nel corso del Cinquecento, nell'ambiente delle corti, avevano trovato grande fortuna il poema epico cavalleresco. Gli ideali che lo sorreggevano era tuttavia esauriti, spodestati dalle novità dell'età barocca.
Nel Seicento, dunque, gli autori che si cimentano nel genere immettono nelle loro opere le trasformazioni culturali del periodo: contenuti e valori non più identificabili con quelli aristocratici di un passato eroico e cavalleresco. La nuova forza è la borghesia.

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GIOVAN BATTISTA MARINO

ADONE (1623): poema tradizionale, che conserva lo stesso impianto formale del cinquecento (l'uso dell'ottava e la divisione in canti), ma stravolge invece i contenuti. Il motivo della guerra è qui sostituito da quello dell'amore carnale. I personaggi non cercano più la donna amata, quanto piuttosto l'assaporamento dei piaceri sensuali, in un'atmosfera voluttuosa.


ALESSANDRO TASSONI

LA SECCHIA RAPITA (1622): anch'esso rispettoso delle antiche strutture metriche, ma con contenuti di segno opposto a quelli tradizionali: gli elementi tipicamente eroici vengono degradati e irrisi. Nel contesto della guerra dei Comuni fra Modena e Bologna (1325), l'argomento dell'opera è il furto di un semplice secchio usato per attingere acqua dal pozzo! Si tratta quasi di una vera e propria parodia del genere (eroicomico), che adatta le forme dell'epica a una realtà bassa e volgare.


MIGUEL de CERVANTES

DON CHISCIOTTE (1622-1625 ed. italiana): uno dei capolavori assoluti della letteratura mondiale, nasce proprio dalla polemica nei confronti dei poemi cavallereschi che tanta fortuna avevano avuto anche nella Spagna cinquecentesca. Si tratta di una parodia sotto ogni punto di vista: Cervantes abbandona sia i contenuti, sia la forma tradizionali. Con quest'opera nasce un nuovo genere letterario: il romanzo moderno, portatore di contenuti e di valori non più identificabili con quelli aristocratici del passato eroico e cavalleresco. Nell'opera vengono piuttosto presentati i valori della nuova società borghese.


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galileo e la prosa scientifica

Il Seicento è il secolo della meraviglia e dello stupore. Se i poeti ricercavano tali effetti nella forma (Marino e i marinisti), attraverso l'uso di complicate figure retoriche, per Galileo è piuttosto il contenuto delle stesse scoperte a essere meraviglioso.
Per Galileo, i risultati della ricerca scientifica devono essere comunicati e condivisi e tale principio sarà sposato anche dai suoi seguaci, che infatti fonderanno l'Accademia del Cimento, con l'intento di comunicare con chiarezza e semplicità i nuovi risultati della ricerca scientifica.

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la letteratura drammatica

Nell'Inghilterra di Elisabetta I (1558-1603) e di Giacomo I (1603-1625) si assiste alla fioritura del cosiddetto teatro elisabettiano. Christopher Marlowe e William Shakespeare ne furono i principali esponenti.
Shakespeare su tutti attraversa vari generi: commedia, tragedia, dramma storico con situazioni attinte dal passato o dal presente, dal reale o dal fantastico, sondando tutti i toni, dal riso nella commedia al delitto, al male, agli orrori nelle tragedie. Sebbene siano sempre numerosi i personaggi delle sue opere, ognuno di loro riceve una potente rappresentazione individuale.

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Mentre la scrittura di Shakespeare ha modo di esprimersi così liberamente, lo stesso non si potrà dire degli autori drammaturgici della Francia del Seicento. Il pubblico parigino trovava soddisfazione nel rigore di un ordine ben preciso sia sul piano dello stile (sempre elevato), sia sul piano della struttura (rispettosa del teatro classico e delle unità aristoteliche). Anche la materia trattata è classica, spesso ispirata alla mitologia.

Jean Racine (1639-699), Pierre Corneille (1606-1684), Molière (1622-1673) si avvalgono spesso della tradizione classica (Plauto su tutti).

Tuttavia, Molière si addentrò anche nel vivo della società del tempo, denunciandone le ipocrisie e la corruzione dei costumi.


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la festa di corte e altre esperienze teatrali

Se da un lato il "teatro dei gesuiti" si proponeva scopi propagandistici e devozionali, il vero gusto barocco si rivolge alle parate, allo spettacolo, al gioco scenico e prospettico. Tutto ciò è brillantemente espresso nello sfarzo delle feste di corte, al cui allestimento collaborano le diverse arti (letteratura, musica, danza, pittura).
Viene dunque abbandonata la commedia cinquecentesca e al suo posto si afferma un nuovo genere, la "Commedia dell'Arte", resa celebre dalle compagnie teatrali itineranti. Prevedeva l'uso delle maschere, attinte da tradizioni regionali (Arlecchino, Pantalone, Pulcinella), che danno luogo a tipi fissi e all'abbandono del testo scritto. Alle battute dei dialoghi è sostituito un canovaccio (trama essenziale) che consentiva una più libera interpretazione e improvvisazione (stupore).

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il melodramma

Il melodramma nasce in Italia e avrà grande fortuna in tutta Europa. Inizialmente conosciuto come "opera in musica", oggi viene comunemente chiamato "opera lirica".
Si tratta di un genere in cui si intrecciano tragedia e commedia, danza, musica e poesia. Le sue origini si devono alla Compagnia de' Bardi (di cui faceva parte anche Vincenzo Galilei, il padre di Galileo) che partiva dal presupposto che il testo poetico dovesse essere valorizzato dal canto di un solista e dalla musica. Si tratta del "recitar cantando" in cui la musica ha il compito di accrescere le potenzialità espressive della poesia.
Tale genere sarà reso celebre da Claudio Monteverdi.

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buono studio!

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profaschelter@gmail.com