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l'isolaDi plastica

Classe1E

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Introduzione al Pacific Trash Vortex

Ciclo di produzione della plastica

Le microplastiche

Infografiche

Complotto

5

3

4

2

6

1

Post social

a

b

Decomposizione della plastica nel mare e possibili soluzioni

Alterazione della biodiversità e degli ecosistemi marini

c

Effetti sul riscaldamento globale

INDICE

INIZIO

1.

il Pacific Trash Vortexcon geolocalizzazione

Alegiani FrancescoBasciani Francesco

INDICE

Il Pacific Trash Vortex

Il Great Pacific Garbage Patch, o Pacific Trash Vortex è situato tra il Giappone e le Hawaii, è l’accumulo più grande di tutti i mari, secondo uno studio scientifico si ritiene che l’isola di plastica nel Pacifico sia come un continente di rifiuti in costante crescita.

Misura circa 1,6 milioni di km² e contiene circa 80.000 tonnellate di rifiuti. Per dare un’idea delle sue dimensioni, la superficie di questa isola di plastica è stata paragonata a oltre tre volte quella della Francia. Nonostante le sue dimensioni, più del 90% è costituita da minuscoli frammenti.

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Localizzazione dell’isola

Si trova approssimativamente da 135W a 155W e 35N a 42N. La raccolta di plastica e rifiuti galleggianti proviene dal Pacifico , compresi i paesi dell'Asia , del Nord America e del Sud America . Il vortice è diviso in due aree, tra le quali la "Zona della spazzatura orientale"Hawaii e California , e il "Western Garbage Patch" che si estende verso est dal Giappone alle isole Hawaii.

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CHE COS'E' LA PLASTICA E IL SUO CICLO DI PRODUZIONE

2.

Gastaldo RiccardoMazzarelli Niccolo'Turturiello Francesco

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Come si produce la plastica?

La plastica deriva da materiali organici naturali come la cellulosa, il carbone, il gas naturale, il sale e il petrolio greggio che deve essere raffinato. Si inizia con la distillazione del petrolio greggio, che viene separato in gruppi di componenti più leggeri. Da questo processo di raffinazione, si ottengono i monomeri che sono anche gli elementi costitutivi dei polimeri plastici. I monomeri sono un agglomerato di particelle molto piccole che con processi chimici complessi, si uniscono tra di loro e formano lunghe catene chiamate polimeri. Questa fase è detta polimerizzazione.

Si crea così una resina sintetica alla quale si aggiungono coloranti e altre sostanze che servono a dare alla plastica le caratteristiche volute. Questa pasta viene poi trasformata in granuli e polveri pronti per la creazione degli oggetti. Questi granuli vengono inviati alle fabbriche che producono oggetti in plastica Le principali caratteristiche fisiche della plastica sono le seguenti: 1. È leggera 2. È un isolante elettrico, termico e acustico 3. È impermeabile a liquidi e gas 4. Dura nel tempo e resiste agli agenti atmosferici

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Tipi di plastica

Le plastiche sono riconoscibili tramite il loro logo di riciclaggio, composto da un triangolo al cui interno vi è un numero che va dall’1 al 7. Da 1 a 6 il materiale è riciclabile. Il 7 indica una plastica non riciclabile e va gettata nell’indifferenziato. 1 – PET o Polietilene Tereftalato. E' la plastica più diffusa per la fabbricazione di bottiglie, bibite o contenitori. Uno studio ha evidenziato che con il tempo il PET rilascia antimonio e ftalati che vanno a interferire con il sistema endocrino, infatti un utilizzo prolungato dei contenitori in PET potrebbe andare ad influire sul prodotto contenuto al loro interno. 2 – HDPE o Polietilene a alta densità. Le molecole di questa plastica hanno una densità molto elevata, infatti è un materiale più rigido, usato in generalmente per contenitori e soprattutto per i giocattoli. E’ una plastica facilmente riciclabile e galleggia, quindi più facile da recuperare. 3 – PVC o Cloruro di Polivinile. Questo tipo di plastica viene usata maggiormente per gli imballaggi alimentari, le attrezzature sportive, ma anche salvagenti. Ma, ironia della sorte, è considerata la plastica più rischiosa.4 – LDPE o Polietilene a bassa densità. A differenza dell’HDPE, in questa plastica le catene di carbonio sono molto distanti l’una dall’altra e quindi consentono una plastica flessibile. Viene impiegata nella produzione di bicchieri per bevandecalde, coperchi per barattoli e giocattoli.

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5 – PP o Polipropilene. La troviamo soprattutto nelle bacinelle, tappeti, tappi o bicchieri, ma viene utilizzata anche per il confezionamento dei cibi come i latticini. Galleggia, ma è difficile da riciclare poiché è termoindurente, cioè con il calore non si scioglie.6 – PS o Polistirolo/polistirene. La ritroviamo nei classici piatti di plastica e bicchieri. Il polistirolo è inserito anche nelle scatole che contengono oggetti fragili per proteggerlo dagli urti. Se finisce in mare, il polistirolo, resta a galla ma è al momento l’elemento più inquinante presente nei nostri mari.7 – Altre plastiche non riciclabili. E’ la classe più pericolosa a causa dei possibili danni alla salute del pianeta. Viene utilizzata per produrre bottiglie di bibite. Non può essere riciclata e vagettata nell'indifferenziata. Una delle plastiche più diffuse appartenenti a questacategoria è il Policarbonato, un polimero a base di Bisfenolo A, il BPA, o del suo recente sostituto,il BPS, che risulta essere più nocivo dell’originale. Il BPA simula l’azione degli ormoni femminili edè pertantopericoloso perchè porta alla distruzione dell’equilibrio ormonale degli individui. Unostudio americano del 2005 ha rivelato la presenza di BPA nel 95% delle persone analizzate.perico loso perchè porta alla distruzione dell’equilibrio ormonale degli individui. Unostudio americano del 2005 ha rivelato la presenza di BPA nel 95% delle persone analizzate.

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LE MICROPLASTICHE

3.

Castri MattiaDe Luca SaraDi Salvatore Anna

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Cosa sono e da dove provengono

Con microplastica ci si riferisce a piccole particelle di materiale plastico generalmente più piccole di un millimetro.Esistono due categorie di microplastiche:1. la primaria è prodotta come risultato diretto dell'uso umano di questi materiali; 2. la secondaria come risultato di frammentazione di rifiuti plastici di più grandi porzioni. Ognuno di noi, senza saperlo, produce ogni giorno grandi quantità di particelle plastiche; molte di queste derivano dagli abiti che indossiamo.Le attività umane che rilasciano nell’ambiente quantitativi di particelle piuttosto elevati sono ad esempio l'uso di alcuni shampoo e saponi, della crema solare, di detergenti esfolianti, ma anche di dentifricio.

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Perchè sono pericolose, danni e conseguenze

Una volta arrivate nei nostri mari, le microplastiche vengono mangiate dagli animali marini, che sono gli stessi che finiscono nei nostri piatti. Le microplastiche che noi stessi rilasciamo nell’ambiente, causano problemi anche a noi stessi, oltre che a danneggiare la catena alimentare e gli ecosistemi, specialmente quelli marini. Ingerire microplastiche può essere pericoloso perchè va ad intaccare il nostro sistema endocrino, fino a provocare alterazioni genetiche.

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Dove si trovano e come rimediare

Le microplastiche sono ovunque ma non riusciamo a vederle. Molte di queste arrivano a noi attraverso acqua potabile, sale da cucina e birra a causa di microframmenti che derivano dai materiali utilizzati per gli imballaggi.Un accorgimento utile che possiamo considerare è la sostituzione dei detersivi in polvere con prodotti liquidi: la granulosità della polvere, infatti, esercita un’azione abrasiva sui tessuti, rilasciando maggior numero di microfibre. Anche la temperatura di lavaggio è cruciale, perché scaldare di più un tessuto significa danneggiarne di più la struttura microscopica. Meglio dunque preferire temperature basse. Uno studio afferma che è possibile che ognuno di noi ingerisca ogni anno circa 39.000/ 52.000 particelle. Aggiungendo le stime della microplastica inalata, oltre 74.000.

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Decomposizione della plastica nel mare e possibili soluzioni

a.

Neagu ElisaRizzo CamillaVinci Angela

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La decomposizione

Per essere biodegradabile la plastica non deve in alcun modo contenere metalli. Da anni gli studiosi sono al lavoro per ottenere materiali plastici che abbiano un impatto sull’ambiente simile o uguale a quello dei derivati dalla cellulosa. Uno degli ultimi ritrovati è il Mater-Bi sviluppato dai ricercatori di Novamont. Si tratta di una nuova famiglia di bioplastiche che ha tempi di biodegradabilità molto rapidi sia sugli arenili che in acqua.

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The Ocean Cleanup

Lo scorso anno è stata testata l’Ocean Cleanup inventata nel 2013 da Boyan Slat. Questa invenzione è dotata di un metodo per rimuovere i rifiuti all’interno dell’oceano. Sono sistemi a forma di “U” con lo scopo di portare i rifiuti in un punto centrale per poi essere trascinati verso la costa da alcune navi. E’ stata lanciata la Megan Expedition che ha attraversato il Pacific Trash Vortex. I ricercatori hanno riportato di aver visto rifiuti di plastica di dimensioni maggiori di quanto previsto.

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La Plastic ocean foundation

La Plastic ocean foundation ha chiesto alle Nazioni Unite che il Pacific Trash Vortex diventi una nazione riconosciuta ufficialmente. La provocazione si basa sull’idea che, se l’isola di plastica diventasse uno Stato indipendente, usufruirebbe del diritto di protezione ambientale come le altre nazioni legalmente riconosciute e, quindi, attuate tutte le azioni del caso, un giorno potrebbe “sparire”. L’associazione ha lavorato in collaborazione con l’agenzia di media LadBible, creando una bandiera un passaporto, francobolli e anche una moneta , chiamata debris, detriti.

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Alterazione della biodiversità e degli ecosistemi marini

b.

Cresci RobertoMorelli CristinaSilvi Carola

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Gli effetti della plastica sul mare dal punto di vista chimico

L’anidride carbonica presente nell’atmosfera è disciolta anche nei mari ed è questa ad influire con l’aumento dell’acidificazione dei mari.La presenza dell’anidride carbonica la porta a reagire con altre sostanze.anidride carbonica + acqua acido carbonico acido carbonico + carbonato di calcio bicarbonato di calcio bicarbonato di calcio - acido carbonico = 0 Questo equilibrio permette al pH di non essere troppo acido in mare ed evitare così l’acidificazione, questo effetto naturale è chiamato l’effetto tampone. Ma con l’aumento dell’anidride carbonica l’effetto tampone sarà maggiore, quindi il carbonato di calcio dovendo reagire con una maggiore quantità di CO2 sarà disponibile in minor concentrazione per gli organismi marini.

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I danni all'ecosistema

La biodiversità marina è in serio pericolo. Gli oceani si sono acidificati del circa 30%, con una diminuzione delle specie marine. Le specie meno adattate a vivere in ambienti con un pH più basso sono state sostituite da altre che si sono adattate , come i pesci che tramite dei meccanismi perdono l’acidità interna con l’eliminazionedella CO2 .Nel corso del tempo le specie sono infatti cambiate nei diversi habitat ; quasi un terzo di tutte le specie sono state sostituite da altre nuove nel corso di un solo decennio come il pesce scorpione, cernia tropicale , pesce pappagallo.Ma oltre all’aumento dell’acidità, a determinare la sostituzione delle specie è anche la temperatura. Infatti, molte specie hanno attraversato le correnti (Stretto di Gibilterra, Canale di Suez) per arrivare a stanziarsi nelle acque calde mediterranee.

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Alterazione della biodiversità marina

La biodiversità è la varietà di specie animali che compongono un ecosistema. Quella marina è composta da innumerevoli specie di cui fino ad ora se ne conoscono “solo” 1000000. La biodiversità marina è fortemente minacciata dalle attività dell’uomo direttamente e indirettamente. I principali esempi di attività diretta e indiretta sono rispettivamente: inquinamento degli oceani e riscaldamento globale. L’inquinamento degli oceani è causato principalmente proprio dalle plastiche, che possono essere ingerite dai pesci più grandi, oppure vengono ingerite dai plancton una volta che si sono dissolte completamente nell’acqua (microplastiche). Il riscaldamento globale scioglie i ghiacciai, che essendo habitat di moltissime specie, una volta distrutti lasciano i propri “abitanti” senza un posto dove poter vivere fino a portarli alla morte.

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Effetti sul riscaldamento globale

c.

Callerame MiriamVillani Francesca

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I rifiuti di plastica dispersi nell’ambiente e nelle acque contribuiscono all’effetto serra e quindi al riscaldamento globale.La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori che ha eseguito numerosi test nei pressi delle isole Hawaii. I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica PlosOne, sono allarmanti.

Il riscaldamento globale

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La plastica non è ancora stata riconosciuta come una fonte di gas serra che contribuisce ai cambiamenti climatici.Eppure la presenza di questi gas aumenterà man mano che la plastica si andrà ad accumulare nell’ambiente perché il processo di decomposizione del materiale porta a cambiamenti fisici e chimici nella sua struttura.

I gas serra

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INFOGRAFICHE

4.

Amato GinevraFabi AlessandroPucello Viola

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COMPLOTTO: ESISTE DAVVERO L'ISOLA DI PLASTICA?

5.

Bocchetti SamueleFiorelli FlavioImbastari Jacopo

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Le teorie del complotto sull’isola di plastica

Da tempo si discute in rete e non solo, dell’esistenza di una misteriosa “isola dei rifiuti” situata nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico che raccoglierebbe tutto il materiale plastico riversato o disperso in mare.Tantissime persone hanno usato Google Earth per scoprire questo ipotetico ammasso di rifiuti marini, senza però trovare alcun riscontro.

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Le “false” dimensioni dell’isola

Il termine “isola” trasmette un’area fuorviante, molto più solida e circoscritta di quella che è la realtà. per la maggior parte della sua estensione, la chiazza non è visibile a occhio nudo, poiché composta da microframmenti in sospensione. Il “Pacific Trash Vortex“, come è stato originariamente definito in inglese, è una “patch” (Great Pacific Garbage Patch), ovvero una “chiazza”, dalle dimensioni impressionanti: nel Pacifico occupa un’area grande che potrebbe essere grande quanto la somma della superficie di Italia, Germania, Francia e Spagna (circa 1,6 milioni di kilometri quadrati).

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Un’isola che non esiste

La raffigurazione di questa “enorme massa di rifiuti” si è diffusa in modo incontrollato su internet con un intento tutto sommato positivo, ovvero quello di sottolineare la drammaticità dell’inquinamento marino.Tuttavia la notizia è da considerarsi parzialmente errata, perché una vera e propria isola di questo tipo, non esiste. Anche gli studi condotti fin dagli anni ‘80 da diversi enti e ricercatori, hanno stabilito che non siamo di fronte ad una vera e propria massa di rifiuti galleggianti, bensì piuttosto ad una grande concentrazione di micro-residui plastici.

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POST SOCIAL

6.

Reci AuroraZannetti Alessandro

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Ferazzoli DamianoFerraro Alice

Grazie perl'attenzione!

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