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A ricordare e riveder le Stelle ... per le vie di Avigliana

Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

21 marzo 2021

Barbara Rizzo AstaBarbara era nata a Trapani. Vita, Dorina ed Enzo, i suoi fratelli si presero cura di lei, quando la madre morì. Frequentò l'Istituto magistrale. Barbara si sposò a 19 anni, dall’unione nacquero tre figli: Margherita, Giuseppe e Salvatore. Nella primavera del 1985 si trasferì nella villetta di villeggiatura Pizzolungo.Il 2 aprile del 1985 fu il giorno che sconvolse le vite di una intera famiglia . Senza che la famiglia Asta lo sapesse, da pochi giorni li vicino si era trasferito il giudice Carlo Palermo. Quella mattina, i figli Giuseppe e Salvatore litigavano, così la piccola Margherita chiamò un’amica per andare a scuola. Barbara la accompagnò alla porta e poi fece salire in macchina Giuseppe e Salvatore. Alle 8:30 la sua auto fu investita da una potente esplosione, che disintegrò completamente la macchina. Il passaggio dell'auto di Barbara aveva salvato la vita al giudice Carlo Palermo, che percorreva la stessa strada per recarsi in Tribunale, Un'auto bomba era stata sistemata lì la sera prima per esplodere al momento del passaggio del giudice.Il 12 marzo 1990 gli imputati Gioacchino Calabrò, Vincenzo Milazzo, Filippo Melodia, vengono assolti per non aver commesso il fatto. Il 12 marzo 1991 la prima sezione penale della Corte di Cassazione confermò l’assoluzione. Nel 2002 Margherita decide di costituirsi parte civile. In seguito vennero condannati come mandanti Totò Riina e Vincenzo Virga che chiesero il rito abbreviato. A febbraio del 2019 si è aperto un nuovo procedimento penale per la Strage di Pizzolungo. La Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio del boss palermitano Galatolo.Margherita ha smesso a un certo punto di considerarsi vittima quando ha deciso di essere testimone contro la mafia. Nel 2015 viene pubblicato il libro" Sola con te in futuro aprile" , scritto da Margherita assieme alla giornalista Michela Gargiulo. Il presidio di Libera di Milano Sud Est è dedicato a Barbara, così come quello di Cadore, quello di Centopievese e di Fermo.

Peppino Impastato (1948-1978)Giuseppe Impastato, detto Peppino, nacque aCinisi(Palermo) il 5 gennaio1948da una famiglia mafiosa: il padre Luigi, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre,Cesare Manzella, era ilcapomafiadel paese.Studente di Filosofia, curioso e determinato, per lui legalità e giustizia erano valori irrinunciabili e crebbe alimentando idee politiche che poco si adattavano all'ambiente nel quale era costretto a vivere. Pertanto ruppe presto i rapporti con il padre che lo cacciò di casa, e avviò un'attività politico-culturale di sinistra ed antimafia, aderendo anche alPSIUPe al gruppo di Lotta Continua. Fu giornalista (fondò il giornalinoL'idea socialista), costituì il gruppoMusica e cultura, che svolgeva attività culturali, e nel 1977 divenne conduttore radiofonico suRadio Aut, per mezzo della quale iniziò a denunciare con ironia pungente i crimini e le attività di Cosa Nostra e gli affari dei mafiosi di Cinisi, in primo luogo del boss donGaetano Badalamenti(definito sarcasticamente «Tano Seduto» da Peppino). Il programma più seguito eraOnda pazza a Mafiopoli, trasmissione satirica in cui Peppino sbeffeggiava mafiosi e politici.Se da un lato le parole di Peppino aprirono gli occhi a molti scettici riguardo alle infiltrazioni mafiose in ogni ambito della vita sociale (nell'amministrazione pubblica, nella sanità, nell'edilizia) e tanti siciliani trovarono finalmente il coraggio di unirsi alla sua battaglia, dall’altro lo resero inviso a molti mafiosi che, quando nel1978egli si candidò nella lista diDemocrazia Proletariaalle elezioni comunali, decisero di metterlo finalmente a tacere: dopo vari avvertimenti che aveva ignorato, nel corso dellacampagna elettoralePeppino venne assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio, a soli 30 anni. Pochi giorni dopo gli elettori di Cinisi votarono comunque il suo nome, riuscendo ad eleggerlo simbolicamente al Consiglio comunale. Il delitto, purtroppo però, passò inosservato, poiché una decina di ore dopo venne ritrovato il corpo senza vita del presidente dellaDemocrazia CristianaAldo Moro, in via Caetani a Roma.Sebbene i sicari avessero inscenato un suicidio, ponendo una carica di tritolo sotto il corpo di Peppino adagiato sui binari della ferrovia, apparve subito chiaro che si trattava in realtà di un omicidio. Tuttavia, la matrice mafiosa del delitto venne individuata solo molto dopo, non solo grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta (definita dall'A.N.P.I. “partigiana antimafia”), che ruppero pubblicamente con la parentela mafiosa, ma anche grazie alle ricerche di Umberto Santino e della moglie Anna Puglisi che fondarono, nel 1980, il cosiddettoCentro siciliano di documentazione,intitolato proprio a Peppino Impastato, primo centro di studi sulla mafia in Italia.Proprio nel 1986, nel volumeLa mafia in casa mia(intervista rilasciata dalla madre di Peppino) e nel dossierNotissimi ignoti, il Centro indicò come mandante del delitto proprioGaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte diNew York, nel processo allaPizza connection. Dopo lunghe indagini – rese spesso difficili da depistaggi e false testimonianze – nel 1996 l’inchiesta venne formalmente riaperta e solo nel novembre del1997, cioè quasi vent’anni dopo la morte del giovane, fu emesso un ordine di cattura per Gaetano Badalamenti, incriminato come mandante del delitto insieme a Vito Palazzolo. Dal maggio 2002 si svolge a Cinisi il Forum Sociale Antimafia Felicia e Peppino Impastato, luogo di incontro e di confronto legato alle tematiche dell'antimafia sociale, dell'antifascismo, dei movimenti di lotta territoriali e internazionali, voluto dalla famiglia Impastato, dall'Associazione Peppino Impastato, dal Centro di Documentazione Antimafia Giuseppe Impastato e dall'Associazione Radio Aut.Alla vita di Peppino è dedicato il film I cento passi di Marco Tullio Giordana. Il film è una ricostruzione della vita e dell’attività di Peppino e i "cento passi" che separavano casa sua da quella del boss Tano Badalamenti, amico del padre di Peppino, non sono solo una metafora usata dal regista, ma è effettivamente la distanza presente tra quella che era la casa di Peppino e la casa del boss (il bene è stato confiscato alla mafia e affidato a Giovanni Impastato).I Modena City Ramblers hanno inciso una canzone, omonima al film di Giordana, dedicata anch'essa a Peppinohttps://www.youtube.com/watch?v=ZZrTzAVBS3A.

EMANUELA LOIEmanuela Loi nacque a Cagliari nell’ottobre del 1967 e entrò a far parte della Polizia di Stato nel 1989 abbandonando il suo sogno di diventare una maestra.Due anni dopo si trasferì nel complesso delle Tre Torri in Viale del Fante a Palermo.Le affidarono i piantonamenti a Villa Pajno a casa dell’onorevole Sergio Mattarella, la scorta della senatrice Pina Maisano Grassi e il piantonamento del boss Francesco Madonia.Nel giugno del 1992 venne affidata al magistrato Paolo Borsellino dove, il 19 luglio 1992, cadde nell’adempimento del proprio dovere.Emanuela Loi fu la prima donna della polizia a morire in una strage di mafia.Per lei sono state dedicate scuole e piazze in tutta Italia.

SILVIA RUOTOLOSilvia Ruotolo, 39 anni, fu assassinata l'11 giugno del1997aNapoli, mentre tornava nella sua casa di salita Arenella, nel quartiereArenella, dopo essere andata a prendere a scuola il figlio Francesco, di 5 anni. A guardarla dal balcone c'era Alessandra, la figlia di 10 anni.Il commando di camorra che sparò all'impazzata aveva come obiettivo Salvatore Raimondi, affiliato al clan Cimmino, avversario del clan Alfano. Furono sparati quaranta proiettili che, oltre a uccidere Salvatore Raimondi e ferire Luigi Filippini, raggiunsero Silvia Ruotolo - che era in strada con il figlio - alla tempia, uccidendola sul colpo. La collaborazione con la polizia di uno dei killer, Rosario Privato, risultò decisiva per l'individuazione del gruppo di fuoco.Rosario Privato fu arrestato il 24 luglio dello stesso anno mentre era in vacanza al mare in Calabria.L'assassinio di Silvia Ruotolo ebbe grande risalto mediatico e contribuì alla crescita della consapevolezza sulla gravità del fenomeno camorristico.L'11 febbraio 2001 la quarta sezione della Corte d'Assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i responsabili della strage: il boss Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace, Mario Cerbone, Raffaele Rescigno (l'autista del commando) e Rosario Privato (successivamente pentitosi dopo l'omicidio).Il Comitato Silvia Ruotolo, presieduto da Lorenzo Clemente, marito di Silvia, è estremamente attivo nell'impegno per la legalità e contro la Camorra. A Piazza Medaglie D'Oro a Napoli, su una lapide nei giardinetti c'è una targa intitolata a Silvia Ruotolo, dove ogni 11 giugno i familiari e la società civile si riuniscono e depongono i fiori per commemorare Silvia, innocente vittima della camorra.Il 25 settembre 2012, il consiglio comunale di Napoli ha approvato, votando all'unanimità, la proposta di intitolare la strada Salita Arenella a Silvia Ruotolo.

Rita AtriaRita Atria nasce a Partanna, provincia di Trapani, nel 1974, da Vito e Giovanna Cannova, lui pastore e proprietario di sette ettari coltivati a vite e ulivo, apparteneva a una cosca mafiosa del trapanese. Anche il figlio Nicola, di dieci anni più grande di Rita, apparteneva alla stessa cosca.Nel 1985 Vito viene ucciso. Nicola medita vendetta e cerca di rintracciare il killer del padre. Ma nel 1991 anche lui viene ucciso, all’età di ventisette anni. A questo punto, Piera Aiello (Partanna 1967), vedova di Nicola, che era presente all’assassinio del marito, denuncia i due killer e collabora con la polizia, trasgredendo la legge dell’omertà. E, sotto protezione, viene trasferita a Roma.Rita decide e segue l’esempio della cognata. Così, si reca in segreto a Marsala e presentatasi al Procuratore Paolo Borsellino gli rivela tutti i segreti della cosca cui appartenevano il padre e il fratello. Da qui inizia una fitta collaborazione col Procuratore Borsellino, al quale Rita si affeziona. Le sue dichiarazioni porteranno all’arresto di decine di mafiosi e alla loro condanna. La ragazza riceve minacce e finanche la madre si schiera contro di lei. Anche Rita, allora, viene trasferita a Roma sotto protezione e con nuovi documenti.Rita si suicida gettandosi dal quinto piano del palazzo dove l’aveva nascosta la polizia, nella Via Amelia di Roma. La sua storia diventerà emblematica e viene spesso rievocata in teatro, nei libri, nei film.

PAOLO BORSELLINOPaolo Borsellino nacque a Palermo il 19 Gennaio 1940 nel quartiere popolare dellaKalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi, con il quale ebbe un'amicizia mai incrinata. I due magistrati hanno svolto molte indagini che hanno portato al maxi-processo,ovvero il più grande processo della storia della mafia che ha condannato 346 mafiosi. La sua lotta contro la mafia finirà Il 19 luglio 1992 quando Borsellino verrà ucciso. Assieme a Giovanni Falcone, amico e collega nel pool antimafia, era arrivato troppo vicino alla “cupola”, il vertice della catena di comando della mafia e si era spinto fino ad indagare sui legami tessuti dai boss con il mondo della politica, quello degli affari e con la stessa magistratura.“Devo sbrigarmi, non ho più tempo”, ripeteva dal 23 maggio di quell’anno. Ovvero dal giorno in cui, sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, Falcone venne fatto saltare in aria assieme alla moglie Francesca Morvillo. Nel suo ultimo giorno di vita Paolo Borsellino decide di pranzare a Villagrazia di Carini – una frazione di Palermo – con la moglie, Agnese, e i figli Manfredi e Lucia. Quindi li saluta, raduna la scorta e chiede di passare dalla madre. Il corteo arriva in via D’Amelio, una strada senza uscita. Il giudice scende dall’auto e si muove verso il citofono. Farà appena in tempo a suonare: una Fiat 126 imbottita di tritolo esplode uccidendolo sul colpo, assieme ai cinque agenti della scorta. Il 24 luglio 1992, nella chiesa di Santa Maria Luisa di Marillac, si svolgono i funerali in forma privata di Paolo Borsellino. L’omaggio arriva dalla gente comune, sono circa diecimila le persone che si stringono attorno al feretro del magistrato palermitano. L’orazione funebre la pronuncia Antonino Caponnetto, il vecchio giudice a capo dell’ufficio di Falcone e Borsellino: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi».

Carlo Alberto dalla Chiesa Carlo Alberto dalla Chiesa nacque a Saluzzo, il 27 settembre del 1920, da Romano dalla Chiesa e da Maria Laura Bergonzi. Il padre era un ufficiale dei Carabinieri. Il giovane Carlo Alberto, dopo avere trascorso la giovinezza nelle varie sedi in cui il padre veniva inviato, allo scoppio della Seconda guerra mondiale partecipò alle operazioni militari nei Balcani e nel 1942 entrò nell'Arma. Nel 1943 si laureò in giurisprudenza e nel 1944 in scienze politiche. Durante le occupazioni naziste, dopo essersi rifiutato di prendere parte alle operazioni antipartigiane, collaborò con i gruppi di resistenza fino alla fine dell'anno. Essendosi distinto per il grande valore,la partecipazione nella Seconda Guerra Mondiale si concluse per lui con una promozione e varie onorificenze. Durante nove mesi di lotta contro il banditismo in Sicilia, cui partecipò volontario, diresse complesse indagini e capeggiò rischiosi servizi, riuscendo dopo lunga, intensa ed estenuante azione a debellare numerosi ed agguerriti gruppi di malfattori responsabili di gravissimi delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più pericolosi, con l’aiuto di pochi uomini, riuscì con azione rischiosa e decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne altri in un violento conflitto a fuoco, nel corso del quale offrì costante esempio di coraggio. Cosí gli venne riconosciuta la Medaglia d'argento al Valore Militare. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, dopo aver prestato servizio come prefetto di Palermo, è stato ucciso da Cosa Nostra in quella che è ricordata come la strage di Via Carini, alle ore 21.15 del 3 settembre 1982, all'età di 61 anni. La vettura di dalla Chiesa, guidata dalla moglie, venne affiancata da una macchina, dalla quale partì una raffica di proiettili che uccisero il generale e la moglie. Al generale venne data, dopo la sua morte, la medaglia d’oro al valore civile “alla memoria”.

GIOVANNI FALCONE (1939-1992)Giovanni Falcone nacque a Palermoil 18 maggio del 1939. Nel 1961 si laureò in giurisprudenza e giunse alla procura di Palermo nel 1978, avviando una stretta collaborazione con i giudici Rocco Chinnici ePaolo Borsellino, con i quali tratterà centinaia di processi. Dopo l’assassinio del primo, nel 1983, venne creata una struttura che, nel giro di pochi anni, rivoluzionerà la lotta alla criminalità organizzata:ilpool antimafia, diretto da Antonino Caponnetto.Un anno dopo, il celebre interrogatorio del pentitoTommaso Buscetta permise una svolta nelle indagini su Cosa Nostra. Un lavoro che consentì al pool di ricostruire l’intera catena di comando della mafia: responsabilità, ruoli e volti della cosiddetta “Cupola”, il quartier generale della criminalità siciliana. A quel punto, Giovanni Falcone era in possesso di una quantità gigantesca di informazioni. I mafiosi ne erano a conoscenza e per questo lo misero nel mirino, cominciando conl’assassinio di Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, due tra i suoi più stretti collaboratori. Per ragioni di sicurezza, quindi, il governo impose ai giudici del pool e alle loro famiglie di trasferirsi in totale segretezza presso il carcere dell’Asinara, l’unico posto ritenuto sicuro per poter far continuare il lavoro ai magistrati e non indebolire l’impianto accusatorio che avrebbe costituito la base del “maxi-processo”, avviato alla fine degli anni Ottanta nell’aula bunker del tribunale di Palermo.Arrivò, però, nonostante tutta la prudenza e il dispiegamento di forze per proteggere Falcone, quel 23 maggio del 1992: verso le sei di sera, sull’autostrada A29 che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo, viaggiavano tre Fiat Croma, con a bordo Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e alcuni agenti. La corsa delle tre vetture si arrestò all’altezza dello svincolo di Capaci poiché sotto all’asfaltoera stata piazzata mezza tonnellata di esplosivoche non lasciò scampo né ai coniugi Falcone, né alla maggior parte degli uomini della scorta.In un discorso nell’atrio della biblioteca comunale di Palermo, attaccando duramente lo Stato e le sue istituzioni, Borsellino disse chiaramente, riferendosi alla fine di Falcone nella strage di Capaci, che “qualche giuda lo aveva preso in giro”. Borsellino aveva tutte le intenzioni di proseguire il lavoro del collega ucciso (quasi a voler dare corpo alle parole dell’amico:“Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”)e sapeva benissimo di avere poco tempo per farlo. Pochi mesi dopo, infatti, il 19 luglio 1992, Cosa Nostra eliminò anche lui. Venuti così a mancare i suoi due pilastri, anche ilpool antimafiasi disgregò. Antonino Caponnetto disse, non a caso: “È finito tutto”.In realtà, il lavoro di Falcone e delpoolha smosso le coscienze di molti e ha dato un giro di vite notevole all’azione mafiosa (anche se all’epoca molti boss – tra cui Totò Riina, il “capo dei capi” – erano ancora latitanti). Si è parlato di “maxi-processo” proprio perché si è trattato del più grande attacco della giustizia contro la criminalità organizzata mafiosa mai tenuto al mondo: 460 imputati, 200 avvocati difensori, quasi sei anni di lavoro, conclusi con 19 ergastoli e pene per un totale di 2.665 anni di reclusione. In una intervista televisiva del 1991, Falcone aveva detto: “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.